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“Dove vado, adesso?”

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La quinta volta.

La medesima procedura.

Lunghe ore trascorse con gli inquirenti a rivedere i filmati, a riascoltare le registrazioni.

A riferire.

Tutto a posto.

 

Tre settimane spese bene.

Come sempre, ho impiegato del tempo a farmelo amico.

Non sapeva chi fossi.

Ma – e ci mancava: la mia storia reggeva – avevo tutte le carte in regola.

Anche io un delinquente.

Non di quelli da prima pagina, ma insomma.

Le confidenze a mezza bocca e per cominciare sulla famiglia.

Il figlio piccolo che vedeva rarissimamente.

La moglie.

Le amanti.

Gli amici…

 

E “Ma che hai fatto?

Perché diavolo sei dentro?”

 

Alla fine, tutto.

E l’ho incastrato.

 

Il magistrato mi fa i complimenti.

Me ne infischio.

Voglio solo sapere della mia prossima identità.

Devo ‘sentirla’.

Deve calzarmi.

Non ci possono essere falle.

Che reato ho commesso?

Quando?

Dove?

Come?

Da dove vengo?

Quali i miei trascorsi?

Insomma, tutto.

E per bene, anzi per benissimo.

Nella cella col boss di turno o con l’assassino per farli parlare ci starò io, dopo.

E non sono ammessi errori né da parte mia, né da parte di chi ha costruito la scena.

“Non le andrebbe una sosta, un periodo di vacanza?”, mi chiede.

Ci ho ragionato, ma no.

Il lavoro comincia davvero a prendermi.

Mi piace correre il rischio.

E divento sempre più bravo.

E non sono ancora arrivato all’esaltazione, a quando non ci si controlla più tanto.

 

Ho fatto San Vittore, Regina Coeli, l’Ucciardone, Opera e Favignana.

 

Ancora una e poi al mare.

 

Sono pronto.

 

“Dove vado, adesso?”

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