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La visione globale
Catene: Napoleone e l’FBI

Accade – non molto di frequente, ma accade – che per una qualsivoglia ragione venga colto da una specie di ‘delirio di onniscienza’. All’improvviso, tornando alla realtà, mi rendo conto che, per un minuto come per un’ora o un giorno, ho vissuto in un differente mondo nel quale non le persone, non le cose mi circondavano ma solo e solamente i pensieri. Più precisamente, una lunga o lunghissima serie di memorie storiche, geografiche, letterarie, cinematografiche…tutte tra loro collegate nella mia mente dalla ‘visione globale’. E’ proprio la ‘visione globale’ il mio vanto segreto, la capacità che ho di trascorrere da una nozione all’altra in grado come sono di rispettare alla lettera la felicissima espressione francese che recita ‘tout se tient’.

Lunedì 24 dicembre 2007

Napoleon Bonaparte (J.A.D. Ingres, 1806)

Il Corriere della Sera dedica una intera pagina a J. Edgar Hoover e in una didascalia lo definisce “il fondatore dell’FBI”. La nota mi capita sotto gli occhi e ‘parto’. E’ la scintilla cha occorre perché cada in un lungo vortice delirante. “Fondatore dell’FBI”? Ma quando mai! Hoover è diventato direttore del Bureau of Investigation (in tal modo denominato fino al 1935) nel 1924 e lo ha totalmente ribaltato rendendolo leggendario ma la fondazione risale al 1908 e a quel momento il buon Edgar aveva solo tredici anni: va bene essere precoci, ma c’è un limite. Fatto è che l’ideatore dell’ente di cui si parla fu nientemeno che un bisnipote di Napoleone! Ecco i fatti: Girolamo Bonaparte, uno dei tanti fratelli dell’imperatore, aveva sposato un’americana (Elisabetta Patterson) dalla quale, dipoi e per volere dell’autoritario germano, aveva dovuto separarsi per impalmare la figlia del re del Wurttemberg e diventare a propria volta re di Vestfalia. Da Elisabetta, Girolamo ha un figlio dal quale deriva il ramo americano dei Bonaparte. Nipote dell’effimero sovrano della Vestfalia, Charles Joseph, che nasce a Baltimora nel 1851, si laurea a Harvard e, auspice Teodoro Roosevelt che lo chiama a far parte del suo gabinetto, dopo avere brevemente ricoperto l’incarico di segretario di Stato per la Marina, nel dicembre del 1906 diventa ministro (Attorney General) della Giustizia degli Stati Uniti. E’ in tale veste, che appunto Charles Joseph Bonaparte, nel citato 1908, in accordo, ovviamente, con il grande ‘Teddy’, fonda il futuro FBI! Ecco, quindi, come e in qual modo Napoleone è collegato al Bureau.

E qui il ‘delirio’ potrebbe avere termine, ma non accade visto che la mente dal Bonaparte trascorre a Orson Welles e (tralasciando il fatto – seguire quest’altra traccia ci porterebbe altrove – che, come Thomas Merton ed Ernest Hemingway, il grande attore e regista cercò e trovò nella poesia ‘Nessun uomo è un’isola’, di John Donne, il titolo per una sua opera, una serie di letture radiofoniche datate 1946) alla teoria della ‘storia corta’. Il celebre director americano, in un passaggio dell’immortale e fortunatamente lunga intervista concessa a suo tempo a Peter Bogdanovich ricorda che in giovinezza gli è capitato di stringere la mano a una decrepita (almeno, per lui bambino, all’apparenza) Sarah Bernhardt la quale, a sua volta, decenni prima, aveva conosciuto e frequentato Madame George, una delle molte amanti dell’imperatore. Si vantava pertanto Welles di “essere a sole tre strette di mano da Napoleone” e concludeva sostenendo che così considerata “la storia è corta”! (Per inciso, personalmente, mi colloco a sei strette di mano dal grande Corso visto che conosco bene il fotografo comasco Enzo Pifferi che, giovanissimo, comparsa sul set di ‘Ben Hur’, nelle pause, giocava a palla con Charlton Heston il quale, pochi anni prima, aveva recitato con e per il citato Welles in ‘L’infernale Quinlan, e quindi…)

E come non ricordare, allora, che avendo io infinite volte giocato a carte con Piero Chiara ed essendo stato negli anni Settanta del Novecento in quel di Runo – paesello collocato sopra la natia Luino – l’autore de ‘Il piatto piange’ e de ‘La spartizione’ avversario a scopa e a tressette di Giuseppe Prezzolini nei pomeriggi domenicali trascorsi alla locanda Smeraldo, sono a mia volta “a sole tre smazzate da Giosuè Carducci” con il quale un allora giovanissimo Prezzolini si era battuto proprio carte alla mano?

J. Edgar Hoover

Ma, così sragionando, per chi sia dotato della ‘visione globale’, ogni collegamento è possibile: persino quello tra un drammaturgo e scrittore impegnato dichiaratamente marxista quale Bertolt Brecht e un agente segreto agli ordini di uno Stato capitalista e dotato della licenza di uccidere quale James Bond. Per cominciare, all’autore di ‘Madre Coraggio e i suoi figli’ si arriva proprio tramite Orson Welles che racconta di un suo burrascoso incontro con Brecht nel periodo trascorso da quest’ultimo negli USA (il regista aveva ‘accusato’ l’esule di avere scritto con il ‘Galileo’ un lavoro decisamente contrario alle teorie marxiane e “antisovietico”, facendolo infuriare). Ora, una delle cose migliori partorite dal buon Bertolt è a mio parere ‘L’opera da tre soldi’ impreziosita come è dalle immortali melodie di Kurt Weill. Moglie di Weill, Lotte Lenya che vediamo, nel finale di ‘Dalla Russia con amore’, tentare di uccidere l’agente 007 con una lama, evidentemente avvelenata, che le spunta da una scarpa. Due soli passaggi e Brecht è per sempre legato a Bond!

Se “la storia è corta”, “il mondo è piccolo” come dimostra la teoria dei ‘sei gradi di separazione’ che il sociologo di Harvard Stanley Milgram mise su pagina nel 1967 probabilmente derivandola da una racconto (intitolato ‘Catene’) degli anni Venti del Novecento opera dell’ungherese Frigyes Karinthy. Ipotizza Milgram che passando attraverso un massimo di sei persone, ognuna delle quali è un tramite verso la successiva, qualunque essere umano può raggiungere un altro uomo per quanto lontano questi viva. Appunto ‘Sei gradi di separazione’ si intitola un bel film di Fred Schepisi del 1993 interpretato da Donald Sutherland, Stockard Channing e Will Smith.

Di qui, infinite altre possibili sequenze.

Prima: Sutherland è stato il Casanova di Federico Fellini che del grandissimo interprete del Settecento ha dato una versione decisamente oscena riducendolo a un don Giovanni qualsiasi quando ben si sa che, semplificando, il veneziano amava le donne mentre la creatura letteraria immortalata da Tirso de Molina le odiava. E per questa volutamente errata visione del personaggio Fellini e Piero Chiara – che, casanovista insigne, doveva esserne il consulente – litigarono…

Seconda: Stockard Channing, già in ‘Grease’, è l’incredibile Ruby con una benda sull’occhio sinistro nel bellissimo ‘Smoke’ che Wayne Wang ha ricavato nel 1995 da una sceneggiatura di Paul Auster, l’autore di ‘Trilogia di New York’… E si arriva alla Grande Mela con tutto quel che può seguire oppure ci si sofferma sulla prima delle tre brevi storie comprese appunto in ‘Trilogia…’, quella intitolata ‘Città di vetro’. Qui, uno dei personaggi narrati si chiama Saavedra e non è forse questo il secondo cognome di Miguel de Cervantes? E non ha forse l’autore del ‘Chisciotte’ soggiornato in Italia e precisamente ad Atri? E, per assonanza, non viene in mente l’altrettanto ridente cittadina denominata Itri che ha dato i natali a Fra’ Diavolo? E non si intitola proprio ‘Fra’ Diavolo’ un famosissimo film di Stanlio e Ollio? E non è Stan Laurel, da tutti creduto americano, invece, inglese come, del resto, per fare un solo esempio, Cary Grant? Non viene quindi voglia di riflettere sul fatto, incontrovertibile, che la grandezza di Hollywood fino agli anni Cinquanta è dovuta in grandissima parte agli europei (si pensi ai registi e agli sceneggiatori in particolare)?…

Terza: Fred Schepisi, un italo australiano, come, malgrado il cognome greco, il tennista Mark Philippoussis, due volte finalista e due volte perdente in finale in tornei del cosiddetto ‘Grande Slam’ che vennero in tal modo denominati, usando un’espressione appartenente al bridge, allorquando il ‘canguro’ Jack Crawford, già vittorioso nel medesimo anno nei Campionati Internazionali di casa, nel Roland Garros parigino e a Wimbledon, si propose quale possibile ‘winner’ anche a New York. Perse, l’australiano, dall’inglese Fred Perry e solo nel successivo 1938 lo ‘Slam’ fu acchiappato dall’americano Don Budge…

Quarta: Will Smith: nel film si presenta come figlio di Sidney Poitier (la qual cosa non corrisponde al vero) il quale è il primo afroamericano maschio ad aver vinto un Oscar (1963). La prima donna, invece, nel 1939 come ‘non protagonista’, Hattie McDaniel, l’indimenticabile ‘Mamie’ della versione cinematografica di ‘Via col vento’, romanzo e film le cui vicende si svolgono durante la guerra di Secessione americana. E’ questo un conflitto nel quale tutti i comandanti provenivano dall’Accademia di West Point e avevano studiato strategia e tecnica militare con il professor Dennis Hart Mahan che si ispirava alle teorie in materia del barone svizzero Henry Jomini (avendo tutti le medesime idee, per anni il conflitto non si decise visto che ognuno dei generali sapeva cosa avrebbe fatto l’altro).

Ecco, quindi, che da Will Smith si arriva alla Svizzera, dalla quale, facilissimamente, si torna a Napoleone. Non è, infatti, il grande corso colui che nel 1803 attraverso il cosiddetto ‘Atto di mediazione’ codificò il federalismo della vicina repubblica? Ed ecco che mentre affondo sempre più e non so dove mai andrò a parare, a Natale, durante la Santa Messa che ascolto con un solo orecchio, un passo della prima lettura mi colpisce. Dal libro del profeta Isaia: “…Poiché tu, come al tempo di Madian, hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra che gravava le sue spalle e il bastone del suo aguzzino…” Madian? Chi o cosa diavolo era? Un uomo? Una donna? Un Paese? Non ne so nulla! Dov’è mai finita la mia onniscienza? Torno sulla Terra e ancora una volta devo arrendermi alla realtà.

Non so niente e mi toccherà vivere almeno quattrocentocinquanta anni per cominciare a conoscere parte delle materie che mi appassionano e che sono briciole rispetto a tutto lo scibile umano.

Ci proverò!

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