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Come e perchè a Varese

Dominante, diritto come un fuso, nobile all’aspetto non meno che di natali, Gino Raffo, altissimo funzionario statale oramai al culmine di una onorata carriera che lo ha portato ad essere, ora e per gli anni a venire, il deus ex machina dell’ENIC, l’Ente che decide e determina i contributi da concedere a sostegno dell’industria cinematografica, a capotavola, discretamente – acché nessuno osi pensare di scalfirne l’armatura – compiaciuto, quasi senza volgere sui presenti lo sguardo (rara capacità), ci osserva.

E’ Natale, il Natale, credo, del 1949, e nel mentre, come sempre affaccendata ai fornelli e a dirigere il personale di servizio, trafelata, si agita nonna Gina, nella casa di via Calabria numero 32 a Roma, siamo metà di mille: gli otto figli, i generi e le cognate, i primi nati tra i molti nipoti. Poco dopo, arriverà suo padre, ‘nonno Omero’, ultranovantenne e talmente in gamba da correre con me nei lunghi corridoi sui quali, a destra e a sinistra, si aprono le molte e misteriose (tali mi appaiono) stanze.

D’un tratto, con voce che ancora oggi nel ricordo suona profonda e autorevole alle mie orecchie, mi chiama. “Mauro”, dice, “Vai in camera mia e apri il primo tiretto del cassettone. A destra, troverai due mazzette di banconote. Portamele”. Onorato per l’incombenza affidatami di tutta evidenza in quanto abiatico maschio, eseguo.

Le cinque e le dieci lire che compongono il malloppo sono nuove di pacca, quasi fossero state appena stampate. Grande novità – la cerimonia, che coinvolge e coinvolgerà tutti i bambini presenti, si ripeterà per anni nei successivi Natali, quando, da Varese, arriveremo invariabilmente nella capitale per il ‘raduno dei Raffo’ – entro in possesso di soldi ‘miei’ che “Sono sicuro spenderai bene, vero?”

E’ questa, nella memoria, non tanto la prima quanto, di certo, la maggiormente nitida immagine di mio nonno paterno.Altre, non molte, seguiranno e pressoché sempre legate al suo essere collocato, imperante, al capo di una tavola imbandita, negli ultimissimi tempi, avendo accanto la seconda consorte, una ex collaboratrice che, poverina, sembrava essere costantemente in attesa di disposizioni da parte del ‘capo’.

Del tutto diverso, opposto per indole e attitudini, in qualche modo folle, di quella follia che tutti amano e che pur facendo soffrire quanti lo circondano viene ogni volta perdonata, Enrico della Porta Rodiani Carrara, padre amatissimo di mia madre. Incredibilmente, compagno di scuola (coetanei e nobili i due, non poteva essere in vero altrimenti dato che l’istituto da frequentare per gli aristocratici era negli anni Novanta dell’Ottocento nell’Urbe quello e quello solo) di Gino – che rivedrà e riconoscerà solamente quando i rispettivi figli si sposeranno nel 1942 – amante del mare, Enrico è da subito disponibile all’avventura.

Mozzo imberbe e dipoi ‘giovanotto’ a bordo di piccoli legni mercantili di scena nel Mediterraneo, a diciotto anni si imbarcherà per la prima transoceanica dalla quale tornerà, con una bandana in fronte e un pappagallo sulla spalla destra, tanto mutato da non essere ammesso in casa dal maggiordomo che non lo individua e lo fa passare dalla porta di servizio. Capitano di lungo corso, impiegherà le lunghe ore di navigazione a vela (il carbone, troppo ingombrante, impediva il carico delle merci, ragione per cui ancora si sfruttavano i venti) e i turni di riposo nello studio, tanto, alla fine, da conoscere a memoria uno sterminato numero di poemi e romanzi italici.

Rimatore, inventore, disegnatore, progettista, eserciterà le proprie capacità in mille, differenti direzioni non trascurando il volo ed ottenendo tra i primi il brevetto di pilota. Donnaiolo impenitente e scialacquatore di capitali – ricordando un suo  danaroso rientro dal Brasile prima della guerra del quindici/diciotto, narrava di avere offerto da bere e ben altro per sei mesi a un numero imprecisato di amici e che quel semestre era decenni dopo ancora favoleggiato “da tutte le puttane di Roma” per l’agiatezza nella quale le aveva fatte vivere – in tarda età, privo di ogni sostentamento, si farà mantenere dai figli a Sanremo usando parte del denaro mensilmente ricevuto per omaggiare (fiori e champagne) “le femmine” che frequenterà fin oltre gli ottant’anni.

Dapprima, d’impeto, dannunziano, sarà quindi fascista e seguirà Mussolini in tutto e per tutto.

Pieno di donne con le quali capitava perfino andasse a convivere fino a quando la moglie, una dolente Giorgina, scopertone il rifugio, non andava a riprenderselo, avrà figli cinque figli oltre gli illegittimi. Vagabondo, anche da anziano, veniva a Varese portando da solo una valigia del resto non molto pesante visto che sua abitudine era, dovunque arrivasse, comprare sul posto il vestiario indispensabile che, poi, ripartendo, invariabilmente eliminava.
Forte quanto un toro, compatto, mai ammalato, sopravvisse a tutto e tutti per morire della morte dei giusti, quella veloce e senza dolore, ottantasettenne, con la seconda, affranta e giovane moglie, piangente al capezzale.

E’ da questi due robusti, differenti (e simili?) tronchi che nascono Manlio e Anna Maria che il caso volle si incontrassero a Terracina.

Fascista e pronto a menare le mani e imbracciare le armi per la Patria (con la P maiuscola), il tenente Manlio Raffo, romano, già volontario in Grecia – fronte dal quale era tornato semi congelato – era, nei primissimi mesi di quel notevole 1942 approdato nella predetta cittadina laziale per partecipare al corso ufficiali riservato a quanti nell’esercito avevano chiesto di essere inviati in Russia per dare quello che si rivelerà un valorosissimo ma del tutto inutile apporto all’invasione germanica in atto. Incredibile, per il vero, che, al fine di abituare i soldati alle rigide temperature russe che li attendevano, l’Alto Comando avesse pensato di spedirli appunto a Terracina, il cui clima era esattamente all’opposto.

Per converso, Anna Maria –  nata a Genazzano laddove la madre Giorgina con i fratelli possedeva una villa a molti piani in collina chiamata ‘Il Tofale’ in quanto sul tufo edificata – in quella località viveva da anni avendo la genitrice, assente il marito impegnato in mare, colà in gestione un civettuolo e, per quei tempi, raro lido balneare.

Un colpo di fulmine, un amore che fa superare i terribili e subito emersi contrasti di carattere, ed ecco che, nel momento in cui il colonnello comandante chiede agli ufficiali di confermare la propria decisione o di fare un passo in avanti, Manlio, mettendo in opera il gesto, annuncia al mondo che non partirà per sposare pochi mesi dopo Anna Maria.

Un atto – la sofferenza fu forte in particolare nell’istante in cui il superiore, vedendolo avanzare di quel benedetto passo, ebbe d’istinto a dirgli “Lei, tenente Raffo?”, esprimendo con tali parole tutta la propria meraviglia – deciso in piena coscienza ma del quale, sono certo, non si darà mai pace (e, Dio non voglia, la cui responsabilità vorrà a volte attribuire ad Anna?)
Cinquant’anni e passa di litigi feroci e di rappacificazioni altrettanto violente, tre figli a distanza di anni e dopo un veloce passaggio a Napoli e un secondo brevissimo momento a Catania, l’amata Varese.

1946.
L’estate a Catania, dove il consorte dirige l’ente turistico?
Un caldo insopportabile.
Meglio, molto meglio partire per altri lidi.
E’ così che mia madre Anna Maria, il sottoscritto in braccio, muove in aereo nientemeno che verso Valmorea, sperduto paesello in provincia di Como, peraltro non lontano da Varese.
Raggiunge colà i genitori e i superstiti fratelli (Giami, l’amato maggiore, con Mussolini fino all’ultimo o quasi, è scomparso in Germania e mai più tornerà).

Romani, romanissimi, come diavolo i della Porta erano finiti nel comasco?

Due le ragioni: in primo luogo, nel 1943/44, l’urgenza per nonna Giorgina di seguire da vicino le vicissitudini dei figli (anche di Giovanni, preso per strada durante un rastrellamento e portato a nord, per lungo tratto non si era saputo più nulla) e in secondo luogo il fatto che suo fratello, Federico Giorgi, vivesse da tempo con la famiglia a Como, laddove teneva cattedra in un liceo. Ecco, quindi, Anna Maria, in bicicletta e con la sorella Teresa, percorrere in lungo e in largo le strade di allora, in anni nei quali, se dio vuole, le auto sono rarissime.

Ed eccola a Varese – dove il redivivo Giovanni e Maurizio frequentano il classico – scoprire che il posto di direttore dell’Ente Provinciale per il Turismo non è al momento ricoperto da alcuno.

Bella la cittadina, assolutamente migliore ai suoi occhi il clima.

Vicini, per di più, i familiari: perché non invitare il marito Manlio a chiedere il trasferimento da Catania?

Corre l’inverno 1946/47: ha inizio la lunga avventura dei della Porta Raffo nella Città Giardino.

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