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Quando ho fatto il killer per Giulio Tremonti

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2002, Enzo Biagi imperversa in tv usando come una clava la trasmissione ‘Il fatto’.

Se la prende con questo con quello, purché si tratti di personalità non appartenenti alla sua vasta e massonicamente organizzata combriccola comunistoide.

Giulio Tremonti

Giulio Tremonti

Ed eccoci al 2 o 3 febbraio di quell’anno.

Sono in studio e suona il telefono.

E’ un caporedattore de ‘Il Foglio’, il quotidiano sul quale quasi dalla fondazione tengo la allora famosissima e impietosa rubrica ‘Pignolerie’.

“Senti”, mi dice, “Giulio Tremonti vorrebbe gli facessi un favore.

Biagi, maramaldeggiando, lo attacca e lui non ha una tv per rispondergli.

Che ne dici di dedicargli una delle tue stoccate e di metterlo al tappeto?”

Sapeva il valentuomo del quotidiano di Giuliano Ferrara, per essere colui che metteva in pagina le mie note, che consideravo Biagi un poveraccio, un incolto globale senza speranza, che doveva la sua notorietà al fatto che per decenni aveva potuto imperversare senza possibili confronti con quanti potevano rivelarne la pochezza nei media e in specie in tv sostenuto da comunistoidi suoi pari, anche culturalmente parlando.

Per inciso, chi voglia consultare il mio ‘Dieci anni di Pignolerie’, edizioni Ares, troverà la bellezza di sessantanove pagine a Biagi dedicate: uno sterminato elenco di imprecisioni, inesattezze, errori storici, geografici, politici, e chi più ne ha più ne metta.

E allora….

Qui di seguito, quanto per mia penna fu pubblicato poi il 5 febbraio 2002 appunto nelle ‘Pignolerie’.

(L’attacco al ‘colto’ giornalista è nelle ultime righe.)

Ho effettivamente allora fatto il killer per Tremonti, ma con piacere!

5 febbraio 2002

Il Maestro Enzo Biagi, lo scorso 8 gennaio, nella trasmissione televisiva ‘Il fatto’, contestando un’affermazione del ministro Giulio Tremonti (“Riteniamo che l’inflazione sia sotto controllo e che l’incidenza dovuta all’euro sia praticamente insignificante”), affermava: “Ci dispiace, possiamo dimostrare che invece significa qualcosa. Diamo alcuni dati rilevati da quattro associazioni dei consumatori: più del cinquanta per cento degli acquisti viene effettuato in euro; fra lo zero quattro per cento e lo zero sette per cento l’aumento dell’inflazione legato alla nuova moneta; un milione e ottantamila lire, cinquecentosessantasette virgola settantasette euro in meno nelle tasche di ogni famiglia per i rincari ingiustificati di prezzi e tariffe; attorno al quattordici per cento gli aumenti medi denunciati, tra questi: pane, carne, caffè, cappuccini, mezzi pubblici, schedine, lotto, lotterie, assicurazioni”.

Ora, a detta della maggior parte degli economisti, i dati, terroristici e fantasiosi, forniti con bella sicurezza da Biagi sono talmente campati in aria (a maggior ragione, se esposti dopo soli otto giorni dall’ingresso dell’euro sul mercato) da poter essere tranquillamente definiti ‘non dati’.

Il semplice trascorrere del tempo (poco più di venti giorni) ha dimostrato ampiamente come il Maestro – già molte volte in errore nel ricordare i fatti e la storia – sia anche un cattivo profeta.

Lungi da noi, naturalmente, l’idea che Biagi sia stato trascinato a leggere la palla di vetro solitamente usata dai veggenti da una sua qualche acrimonia nei confronti del ministro Tremonti, ma è certo che nessuno, a oggi, può seriamente asserire che le sopra esposte catastrofiche previsioni corrispondano davvero a quanto si è verificato.

Sul quanto andrà a verificarsi si dubita e si vedrà.

Aggiungiamo che, nell’occasione, l’emerito Maestro terminava il suo dire con queste parole: “C’è una poesia di Trilussa che parla di una nave, anzi di una fregata regia, dice, che va verso lidi felici, mentre il popolo sta a guardare. Finisce con una domanda: ‘Er popolo? Er popolo se gratta’”.

In proposito, rileviamo che nella bella poesia ‘L’incontro de li sovrani’ (alla quale si riferisce Biagi), proposta da Trilussa nella raccolta ‘Le storie’, ma scritta nel dicembre del 1908, la fregata sulla quale si incontrano i due re non va assolutamente “verso lidi felici”, essendo, invece, alla fonda per consentire a tutti la visione da terra della augusta cerimonia.

In più, come tutti (ma proprio tutti) sanno, il verso citato dal Maestro e relativo al popolo che “se gratta” non è affatto quello conclusivo visto che è seguito addirittura da altri dieci versi.

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