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Ve l’ho detto e mille volte scritto, a Casbeno, a cavallo tra i Quaranta e Cinquanta, alle elementari, i miei compagni erano tutti figli di operai e contadini.
La gente migliore che abbia mai incontrato.
Educati, volenterosi, naturalmente gentili.
Studiavano con impegno.
Ben magra – indolente e svogliato come ero – la mia figura al loro confronto.
Occorreva che per amicizia insorta passassi qualche pomeriggio con uno in particolare tra questi: Ilario.
Invariabilmente verso le due e mezza/tre, sua nonna convocava tutti i ragazzini di casa e li portava nella stalla, laddove, chissà come e perché, l’aria che si respirava era calda è confortante.
Colà, mentre indefessamente sferruzzava, raccontava storie e favole.
Attenti a lungo ma non per sempre e tutti i ragazzi, visto che di quando in quando, a turno, si assentavano.
Inseguii Ilario in una specifica occasione per coglierlo sdraiato sotto una mucca.
Succhiava direttamente il latte dalla mammella dell’animale.
Invitato ad imitarlo, timoroso, mi sottrassi.
Non che io sia piccolo e mingherlino, no.
Ma Ilario, con tutto quel latte, è venuto su grande e grosso.
L’ho incontrato oggi e insieme abbiamo ricordato quei tempi e quel luogo.
“La nonna ci portava alla stalla”, m’ha inaspettatamente detto, “per lasciare che figli, figlie, nuore e generi godessero di qualche ora di intimità”.
Vista così, constatando che quei raduni erano tesi ad altra finalità e non ad allietare i ragazzi, non se e quanto ancora mi possa piacere quella lontana memoria…