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Dito

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Verso sera.
Cielo nuvoloso, percorso da nembi scuri.
Prima che – e sta per accadere – scenda la pioggia.
È in questo particolare momento che lo sguardo sul mare corre davvero lontano.
È in una cotale contingenza (e mai più) che dalla costa guardando oltre la punta nord dell’Elba ho colto ‘il dito della Corsica’.
Distintamente.
L’indice di una mano sinistra distesa – medio, anulare, mignolo e pollice invece racchiusi – a palmo in giù.
Dito naturale.
Non altrettanto ‘il Dito di Caprivi’, no.
Sapete, la Namibia.
L’oceano laddove, vicino alla costa – ‘degli scheletri’, come nel Malabar – i resti arenati delle navi portate a morire, isole in decomposizione, punteggiano.
Il deserto un tempo abitato dai dinosauri e oggi (ancora? ricordo qualche decennio fa) percorso da gruppi di travolgenti cavalli selvaggi.
Il vento, le correnti ascensionali che gli aliantisti di tutto il mondo desiderano almeno una volta nella vita provare.
Il ricordo nella denominazione di qualche paese o località di una oramai lontana colonizzazione germanica (l’effimero ‘Impero Coloniale Tedesco’).
I confini tracciati con riga e squadra seguendo meridiani e paralleli.
Salvo all’estremo nord-est, dove si stende, inatteso, appunto ‘il dito di Caprivi’ (indice della mano destra, direi).
Una striscia di terra a prolungarsi verso lo Zambesi.
Terra concessa alla Germania nei primi anni Novanta dell’Ottocento, quando Leo von Caprivi, successore di Otto von Bismarck, ricopriva l’alto incarico di Cancelliere del Reich.
Non un dito come gli altri l’indice, vero?