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In vista delle Mid Term Elections

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di Stefano Graziosi

In America, il prossimo novembre, si terranno le elezioni di metà mandato: un appuntamento con cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato. La campagna elettorale è già iniziata, mentre repubblicani e democratici si preparano a una sfida sul filo del rasoio.

Eh sì, perché secondo i sondaggi disponibili la situazione non appare esattamente chiara. Al momento, ad essere in vantaggio sembrerebbe l’asinello. Un sondaggio condotto a giugno scorso dal Pew Research Center ha infatti sottolineato che i democratici esprimerebbero attualmente una maggiore motivazione nel recarsi alle urne. Senza poi considerare che, secondo una media dei principali sondaggi redatta da Real Clear Politics, l’asinello godrebbe al momento di un vantaggio complessivo di circa il 7% sui rivali repubblicani. In particolare, parrebbe che la principale fonte di compattezza sorga proprio dall’opposizione alle politiche del presidente americano, Donald Trump. E, in questo senso, i vertici del Partito Democratico stanno ovviamente cercando di trasformare le elezioni novembrine in un referendum sull’operato del miliardario. Senza poi trascurare un altro fattore importante. Assai spesso, nelle elezioni di metà mandato, a partire da una posizione di vantaggio è il partito che non controlla la Casa Bianca. Del resto, Barack Obama perse le midterm nel 2014 e (solo la Camera) nel 2010, George W. Bush nel 2006, Bill Clinton nel 1998 e nel 1994.

Ciononostante la situazione non è ancora ben definita. E questo lo possiamo dire, partendo proprio dai sondaggi. Non dimentichiamo, infatti, che anche nel luglio del 2014 (anno delle ultime elezioni di metà mandato) i democratici fossero dati generalmente avanti. Peccato che si ritrovarono poi sconfitti quattro mesi più tardi. Certo, si trattava di un vantaggio più risicato di quello odierno: appena il 3%. Ma non è che i dati di oggi appaiano poi così rosei. Questo per dire che, in termini di rilevazioni sondaggistiche, l’asinello non può assolutamente permettersi di cantare vittoria. Perché il vantaggio registrato non è tale da potergli consentire di dormire sugli allori. Un elemento tanto più valido, se si analizza lo scenario politico. Dal canto loro, i repubblicani sperano di cavalcare i recenti risultati positivi conseguiti dall’economia americana. In particolare, Trump ha appena festeggiato la crescita del Pil del 4,1%: fattore che il Grand Old Party sottolineerà in campagna elettorale, difendendo anche la riforma fiscale approvata nel dicembre del 2017. Dall’altra parte, i democratici non godono di ottima salute. Al di là dei dati economici positivi infatti, l’asinello appare – ancora una volta – dilaniato al suo interno dalle faide tra moderati e radicali. Nel corso delle ultime primarie, sono stati numerosi i candidati della sinistra sandersiana ad avanzare, in netto contrasto con le alte sfere del potere clintoniano. Un fattore che non è ancora chiaro se determinerà un’autentica rinascita del partito o se rappresenterà al contrario il suo canto del cigno.

Ma non è tutto. Perché – a pensarci bene – incombe un’altra incognita. Il punto è difatti capire se queste elezioni abbiano un’effettiva rilevanza di carattere nazionale. Capire, cioè, quali conseguenze possano avere sull’amministrazione Trump. La situazione è articolata. E anche piuttosto complessa. Da una parte, il voto alla Camera tende ad assumere una rilevanza maggiormente nazionale, anche perché i deputati restano in carica appena due anni. Realtà ben diversa invece avviene per il Senato. Qui l’attenzione al lato locale e territoriale è molto più accentuata: il senatore è infatti considerato il principale rappresentante della comunità di cui si fa portavoce, senza poi dimenticare che la sua permanenza in carica dura ben sei anni. Tutti questi fattori fanno sì che, quando vota per la camera alta, l’elettore americano non guardi troppo alle dinamiche nazionali e alla Casa Bianca, prediligendo – al contrario – gli interessi della propria realtà locale. Si pensi per esempio che, a novembre del 2016, in Ohio fu eletto Donald Trump alle presidenziali e il repubblicano Rob Portman al Senato: quello stesso Rob Portman che era da sempre tra i più duri critici del magnate. Tutto questo mostra come la rilevanza nazionale non sia sempre presa in considerazione dall’elettore americano.

Ciò precisato, non è comunque detto che queste elezioni non produrranno un impatto sull’amministrazione. Soprattutto nel caso in cui i repubblicani dovessero essere sconfitti. In questo caso, il rischio per Trump potrebbe rivelarsi duplice. In primo luogo, se i democratici riuscissero a conquistare la Camera, non è escluso che possano avviare un impeachment sul caso Russiagate. Non dimentichiamo infatti che il processo di messa in stato d’accusa del presidente venga istruito dalla Camera e poi votato dal Senato. Ragion per cui l’asinello potrebbe cercare di paralizzare l’attività di governo del magnate, sebbene non sia escluso che una simile mossa possa rivelarsi un boomerang. Anche per questo, dalle parti dell’establishment democratico non è che l’ipotesi dell’impeachment riscuota al momento troppo successo. In secondo luogo, una eventuale disfatta dell’elefantino a novembre potrebbe aprire una lotta di potere all’interno del partito. In altre parole, è verosimile che alcuni big repubblicani potrebbero decidere di contendere a Trump la nomination nel 2020: una situazione, cioè sostanzialmente analoga a quella del 1976, quando Ronald Reagan sfidò alle primarie repubblicane il presidente uscente Gerald Ford. Alla luce di tutto questo, le prossime elezioni di metà mandato costituiranno probabilmente un momento dirimente per la presidenza di Donald Trump. Un momento forse addirittura decisivo per il suo futuro politico.