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Demerara

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“Ricordi ‘Jersey’ Joe Walcott?
Il grande peso massimo campione del mondo al quale il mitico Rocky Marciano strappò la cintura con un formidabile destro al tredicesimo round?
Era il 23 settembre del 1952?
Lo stesso ‘Jersey’ che arbitrò anni dopo la farsesca rivincita per il titolo tra Cassius Clay, non ancora Muhammad Ali, e ‘Sonny’ Lyston?
Beh, si chiamava invero Arnold Raymond Cream.
Aveva scelto di combattere col nome Joe Walcott (con l’aggiunta ‘Jersey’ per via del fatto che nel New Jersey era nato) in onore di un vecchio straordinario boxeur nero peso welter – uno tra i primi pugili di colore diventati campioni del mondo – ai propri tempi noto con il soprannome ‘Barbados’.
Ora, dove diavolo può essere venuto alla luce uno che viene in cotal modo chiamato?
Nell’isola caraibica, diresti?
Macché.
‘Barbados’ Joe Walcott era di Demerara!
Guyana, nientemeno.
Pochi hanno oggi contezza di Demerara (o magari del fiume omonimo) se non per via dell’ottimo rum o dello zucchero così chiamati.
Erano del resto gli anni dell’ultimissimo Ottocento e del primo Novecento quelli nei quali, nel pugilato definito tout court ‘americano’, provenienti – da piccoli con le famiglie o da giovani già impratichiti nella ‘nobile arte’ – dai più sperduti angoli del mondo, si illustravano boxeur invero russi, ucraini, europei in genere, turchi e, più tardi, perfino (hanno avuto storicamente un solo vero campione, Anton Christoforidis) greci.
Un tipo particolare di immigrazione quella relativa al ring.
Difficile allora identificare gli italiani perché combattevano nascondendo la propria origine sotto pseudonimi ‘yankee’.
Ragione per la quale, per fare uno solo dei mille possibili esempi, nessuno sa che Giuseppe Curreri – nativo di Sciacca – è stato un grandissimo pugile, mondiale dei piuma, però citato invariabilmente nei manuali e iscritto alla ‘hall of fame’ come ‘Johnny Dundee’.
Demerara, comunque “.