mdpr1@libero.it

Dieci anni fa, il 7 giugno, moriva Dino Risi

Commenti disabilitati su Dieci anni fa, il 7 giugno, moriva Dino Risi Amarcord, Cinema

Un amico, un certo Dino Risi

 

Gli ho voluto e gli voglio bene

Mi mancano gli incontri, quelli personali e quelli telefonici

Mi mancano le sue lettere

Di seguito, forse alla rinfusa,

quanto nel tempo ho scritto di lui

 

Con infinito affetto e tanta nostalgia

 

In morte di Dino Risi

7 giugno 2008

 

E’ poco dopo il volgere del sesto mese del 2004 che Dino Risi ha cominciato a morire.

Insieme, lui ed io, all’epoca, avevamo avuto più o meno gravi problemi di cuore in relazione ai quali, via telefono, reciprocamente ci informavamo.

Io (e faccio gli scongiuri), pare mi sia ripreso.

Dino – se ne lamentò grandemente – si vide vietare allora una delle cose che maggiormente amava: il sole.

Non so quale mai cardiologo pensò bene (?) di proibirgli l’esposizione alla luce e quindi all’astro cui dobbiamo la vita.

Di lì in poi, deperendo man mano, Dino, da sempre abbronzatissimo, si appalesò ogni giorno più bianco, quasi fosse una diversa persona.

Rarefacendosi i nostri incontri per via della sua salute che gli impediva qualche viaggio a Milano o a Como (laddove vive tuttora e centoseienne sua zia Carla Porta Musa) ed essendo io restio a recarmi a Roma, finii per tornare a scrivergli, come anni prima, lettere alle quali rispondeva se e quando voleva.

Non mi meravigliai, conseguentemente, più di tanto allorquando, appunto attraverso una missiva, avendogli chiesto di partecipare con un suo ricordo al libro che verso la fine del trascorso anno andavo compilando (‘I film della nostra vita’, in uscita il prossimo ottobre), non mi rispose.

Lo ‘beccai’ così via telefono e quelle frasi (alle quali segue una annotazione da me allora vergata) che qui sotto riporto nella mia versione sono, a parte due parole scambiate verso Pasqua, l’ultimo lampo di sua memoria che mi percorre.

 

“Avevo sei anni e vivevo a Milano, dove sono nato” – mi dice Dino al telefono nel giorno del suo novantunesimo genetliaco dopo avermi ringraziato per gli auguri e aver sottolineato che l’età raggiunta gli consente di rispondere, come sta facendo, a voce e non per iscritto alla mia richiesta sul ‘film della sua vita’.

Mio amico, il figlio del console generale di Grecia.

Forte della tessera del padre che consentiva l’ingresso gratuito in tutti i cinema, mi invita al ‘Silenzioso’, una sala all’epoca collocata in via Santa Redegonda, in pieno centro.

La pellicola in programma è ‘L’eroina della strada ferrata’.

La storia mi terrorizza, ma la pur forte paura passa subito in secondo piano.

La protagonista, una giovane attrice americana bionda, è bellissima.

Mi innamoro pazzamente, per la prima volta in vita mia mi innamoro!”

 

(Ho fatto una breve ricerca e ho scoperto che la diva del muto in questione si chiamava Corinne Griffith.

Non so se farlo sapere a Dino.

In fondo, il nome può interessare solo ai pignoli come me!)

 

* * *

Infiniti e, ovviamente, meritatissimi i complimenti dell’intero mondo dell’arte tributati a Dino Risi nel giorno della sua dipartita: grande regista, ottimo sceneggiatore, caustico e sapido polemista, uomo (non guasta affatto) bellissimo…

Vorrei, cambiando punto di vista in queste poche righe, trattare del Risi scrittore, del Risi che – forse e ad imitazione del Napoleone inappagato dai trionfi conquistati con l’armi dipinto nelle pieghe dell’anima da Alberto Savinio – avrebbe volentieri scambiato alcuni (non tutti, naturalmente) dei suoi successi cinematografici con pagine che gli garantissero di saper affrontare e vincere il tempo che inesorabilmente trascorre.

Così, mi piace ricordarlo autore di racconti oltre che di quello spassosissimo volume che racchiude, sotto il ‘dovuto’ titolo ‘I miei mostri’, parte delle sue memorie.

Di più, quale interessantissimo creatore di ‘Epigrammi & aforismi’ (come recita il sottotitolo del suo ‘Vorrei una ragazza’, pubblicato nel 2001).

E’ qui, in queste meditate righe che, penso, si coglie il ‘vero’ Dino, ove ciò sia possibile nei di lui confronti come in quelli di un altro qualsiasi mortale.

Eccone alcuni percorsi dalla sua corrosiva vena:

“Divenne cattolico quando i preti cominciarono a riscaldare le chiese”,

“Nacque, non visse, morì”,

“Gli onesti non sono incorruttibili, solo costano di più”,

“Il cinema: una donna nuda e un uomo con la pistola”,

“Il bello del morire è che non bisogna fare le valigie”,

“I mascalzoni sono sempre simpatici”,

“Insegnando si impara”,

“Da un sondaggio risulta che agli uomini piacciono le donne”,

“Non sapeva cosa fare e allora fondò una religione”,

“Ci sono cani infedeli”,

“Il razzismo finirà quando si potrà dare dell’idiota a un negro”.

E, a chiudere, “Sono stato felice a otto anni camminando su un sentiero in un prato alla periferia di Milano”.

La terra ti sia lieve, amico mio!

 

Andarsene al momento giusto

 

A cena con Dino Risi, trattiamo del documentario ‘Rudolf Nureyev alla Scala’ che, ideatrice e produttrice mia figlia Alessandra, il regista realizzerà di lì a poco.

Inevitabilmente, visto che l’attore è morto due o tre giorni prima, si parla anche di Alberto Sordi.

Risi rammenta in particolare ‘Venezia, la luna e tu’, un bel film nel quale il romanissimo Albertone faceva addirittura il gondoliere.

Poi, ultraottantenne quale abbondantemente è, si sofferma sul ‘momento giusto’.

“Vedi”, mi dice, “hai voglia ad aver fatto grandi o meno grandi cose nella vita.

Quello che conta per essere adeguatamente ricordato e commemorato da telegiornali, giornali radio e quotidiani è morire al momento giusto, quando nessun altro accadimento oscuri la notizia della tua dipartita.

Pensa se dovessi andarmene io, che so?, dopo un terremoto devastante o un’alluvione, nel giorno medesimo, per esempio, di un attentato al presidente USA, della scomparsa di qualcuno più importante di me: poche righe e via.

Ricordo quanto mi raccontava Montanelli al riguardo.

In elicottero con Gianni Agnelli, immersi in una specie di tormenta, quel che davvero lo preoccupava non era di morire precipitando quanto di farlo insieme all’Avvocato.

‘Pensavo’, mi disse, ‘che il giorno dopo i quotidiani avrebbero scritto a caratteri cubitali ‘Morto Agnelli’ e sotto, in piccolo, ‘Con lui Indro Montanelli’

Forse, anche andandosene ‘opportunamente’ si dimostra la propria specificità”.

 

Come tifava Dino Risi

 

Anni orsono, chiesi a molti amici di parlarmi del loro tifo calcistico.

Raccolsi poi le loro testimonianze nel libro ‘La prima squadra non si scorda mai’, in seguito finalista al Premio Bancarella Sport, nel 2005.

Ripropongo di seguito l’intervento del grande regista e caro amico Dino Risi purtroppo, nel frattempo, scomparso.

 

A dieci anni giocavo a calcio sui prati di Taliedo (Milano) con la maglia della Juventus.

Un giorno passò di là Peppino Meazza, detto ‘Balilla’, una leggenda, famoso per invitare il portiere all’uscita e poi scavalcarlo con un pallonetto.

Meazza si fermò a guardarci e noi smettemmo di giocare e ci affollammo intorno a lui.

Meazza (aveva gli occhi azzurri e i capelli lisciati con la brillantina) mi guardò e disse: “Perchè quella maglia?”

Io diventai rosso dalla vergogna.

Balbettai: “La maglia è della Juve ma io sono tifoso dell’Ambrosiana”.

Meazza mi diede un buffetto e disse: “Bravo”.

A quel tempo, l’Inter si chiamava Ambrosiana-Inter (prima era stata Internazionale ma il Fascismo aveva cancellato quella brutta parola) e giocava in un vecchio campo con le tribune di legno in fondo a via Goldoni.

Un giorno crollò una tribuna, ci furono morti e feriti e L’Ambrosiana si trasferì all’Arena dove io andavo alla domenica con uno zio che aveva la tessera dei distinti.

Fui fedelissimo all’Inter fino agli anni in cui giocò Nyers, un’ala ungherese che mi aveva incantato.

Poi, complice una ragazza figlia di uno che vendeva i biglietti allo stadio di San Siro dove oramai giocavano Milan e Inter (oggi lo stadio si chiama Meazza), divenni tifoso del Milan.

Gli interisti mi chiamarono traditore ma furono molti che passarono al Milan quando apparvero sul prato di San Siro tre fenomeni svedesi battezzati ‘Trio Grenoli’ (dalle iniziali dei loro nomi: Gren, Nordhal e Liedholm).

Nordhal era un centrattacco come non s’era mai visto.

Pesante come un bufalo, correva a testa bassa facendo tremare la terra.

Nessuno riusciva a fermarlo.

Gren e Liedholm erano due giocolieri.

Poi ci furono altri campioni e anche oggi ce ne sono, ma la malattia del tifo mi è passata.

Se vedo Roma-Milan in televisione e la Roma gioca meglio del Milan, sono contento per la Roma.

Dico una bestemmia, ma un arrivo in volata di Petacchi (un gol che può durare due minuti) mi entusiasma di più di un colpo di testa di Vieri.

Scusatemi tifosi del Milan e dell’Inter che vi divertite bastonandovi selvaggiamente durante la partita.

 

“Te ne vai? Non aspettavo altro!”

 

“Non sai mai cosa pensano gli altri.

Ipotizzi, immagini, speri o disperi…

Assolutamente certo che la mia decisione l’avrebbe distrutta, e fatta soffrire oltre misura, non osavo dire a mia moglie che me ne volevo andare.

Non che ci fosse un’altra donna di mezzo.

Semplicemente, ero certo che, soli, sia lei che io avremmo vissuto molto meglio.

Decenni e decenni di matrimonio…

Una barba…

E un pomeriggio, prendo finalmente di petto la questione.

La porto in salotto, la faccio sedere, le metto in mano un bicchierino e mi sbottono.

Parlo fitto fitto, con gli occhi bassi: preferisco incontrare dopo, al termine del mio soliloquio, il suo sguardo che immagino a quel punto velato dalle lacrime.

Neppure mi lascia finire.

Si alza e se ne va.

‘Poverina’, rifletto, ‘sarà andata a piangere in camera da letto.

Diamole qualche minuto’.

Passa un quarto d’ora ed eccola.

Ha il ciglio asciutto e non pare affatto alterata.

‘Le tue valigie sono pronte.

Le ho messe all’ingresso’, mi dice.

‘Ciao e buona fortuna’.

Insomma, l’avevo tirata per le lunghe immaginando strazio e dolore e lei sembrava non aspettasse altro che liberarsi si me.

Sbattuto fuori, non sapendo dove andare, trovo una sistemazione provvisoria in un residence.

Talmente provvisoria che a distanza di anni e anni è ancora colà che abito.

Ecco spiegato, caro Mauro, come e perché quando mi telefoni la prima voce che senti è quella del centralinista che dice ‘Residence Aldrovandi, desidera?’”

Corre il 2003, è Dino Risi che, a cena, in quella vecchia osteria milanese, con la strana e ferrigna voce che ha, racconta.

Con noi e il figlio Claudio, un paio di amici, Sissi e Alessandra, il cui ‘Rudolf Nureyev alla Scala’, ultima opera registica del maestro, è in lavorazione.

“Hai presente il tuo collega americano Lawrence Kasdan?”, gli chiedo di rimando. “In ‘Grand canyon’, fa dire a Steve Martin che se uno ha visto abbastanza film è in grado di affrontare qualsiasi situazione perché al cinema è stato già rappresentato tutto.

Ebbene, penso sia la stessa cosa con la letteratura: tutto è già stato scritto.

All’inizio di ‘Fiesta’, Hemingway, a volo d’uccello, presenta uno dei protagonisti del romanzo: Robert Cohn.

E che ci dice, tra l’altro, se non che il poveretto, stanco del matrimonio, non vedeva l’ora di liberarsi della moglie ma esitava per non farla soffrire?

Sai come finisce? Sarà lei a piantarlo e a fuggire con un miniaturista.

A parte la conclusione fin troppo amara, un po’ la tua stessa storia, no?”

 

Paura di atterrare!

 

2003, 2004, mah?

Fatto è che, con il figlio Claudio, Dino Risi sta curando la regia di ‘Rudolf Nureyev alla scala’, il magnifico documentario voluto, prodotto e realizzato da mia figlia Alaxandra della Porta Rodiani.

Conoscevo Dino da anni la qual cosa aveva certamente facilitato la sua preziosa partecipazione al progetto.

Capita a tavola, di mezzogiorno, a Milano.

Si tratta del più e del meno e, in particolare, delle difficoltà alle quali spesso – ai bei tempi, sempre – i produttori vanno incontro per trovare i quattrini necessari.

“Una volta”, ricorda sogghignando Dino, ” in aereo, mi ritrovai per caso con …

Si agitava a tal punto che mi venne da chiedergli se avesse paura di volare.

‘Ho paura di atterrare’, rispose.

‘Fuori dai cancelli mi aspettano i creditori!’”

 

Quale gamba?

 

 

A cena a Milano con Dino Risi, gli chiedo se è disposto a farsi intervistare da una tv straniera (mi hanno pregato di fargli sapere che sarebbero ben lieti di andarlo a trovare a Roma).

“Pensano a una cosa in grande”, gli dico, “Verrebbero a casa tua con una troupe…”

Non faccio in tempo a finire.

“Non se ne parla assolutamente”, mi risponde.

Poi, leggendo forse una qualche delusione sul mio viso, mi racconta: “Sai, tempo fa una delle reti nazionali mi voleva riprendere fra le mura domestiche.

Ho replicato che non era possibile perché mi ero appena rotto una gamba.

Passano una quindicina di giorni e mentre giro tranquillamente per il centro di Roma a piedi incontro proprio il responsabile di quella trasmissione.

Mi guarda tra il sorpreso e il compiaciuto e con appena una vena di sospetto nella voce mi fa:

‘Bene, bene…vedo che la gamba è guarita’.

‘Quale gamba?’ ho replicato senza riflettere.

E’ proprio vero che per dire le bugie e non venire scoperti bisogna avere la massima prontezza e soprattutto una memoria da elefante!”

 

I suoi mostri

 

E’ da qualche tempo in libreria ‘I miei mostri’ di Dino Risi.

Si tratta di una sorta di autobiografia che il grande regista, brillantemente avviato verso gli ottantotto anni, ha voluto vergare.

Memorie, naturalmente, episodi, ritratti, personaggi e non solo dello spettacolo, riflessioni, aforismi, una collana infinita di ricordi sui quali domina, alla fin fine, quella malinconica amarezza che, a ben guardare, è dolorosamente presente ad ogni pie’ sospinto nell’opera cinematografica di Risi, anche e forse soprattutto laddove più ti fa ridere.

Per inciso: ci sono film italiani più amari e disincantati del suo celeberrimo ‘Il sorpasso’?

Per uno strano gioco del destino e per mia fortuna, da poco meno di tre anni, la strada che vado percorrendo e quella di Dino si sono incrociate (fra l’altro, è sua la prefazione a ‘Prendere la vita di petto e guadagnarci in salute’, il volume che raccoglie i miei racconti ambientati nel mondo dell’azzardo).

Conoscerlo, parlargli, ascoltarlo mi ha portato a volergli bene.  

Chissà che adesso, leggendolo, anche qualcun altro trovi modo di amarlo?