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Il tramonto di Rex Tillerson

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di Stefano Graziosi 
 
Rex Tillerson ha dovuto lasciare la poltrona di segretario di Stato. Ad annunciarlo, lo stesso presidente americano, Donald Trump su Twitter. La notizia non è poi così inattesa: da mesi, si susseguivano voci sui cattivi rapporti intrattenuti dall’inquilino della Casa Bianca con il capo del Dipartimento di Stato. Talvolta si è addirittura parlato di imminenti dimissioni da parte di Tillerson, poi puntualmente smentite. Adesso la rottura è definitiva. E avviene in un momento particolarmente tumultuoso per la politica estera statunitense.

Dopo la vittoria del 2016, Trump meditò a lungo su chi scegliere come successore di John Kerry alla guida del Dipartimento di Stato. L’opzione era particolarmente rilevante, per dare un segno forte alla linea politica che la nuova amministrazione avrebbe dovuto mostrare. I nomi sul tavolo erano molti. E, nella fattispecie, due si rivelarono le figure più forti in corsa: l’ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, e l’ex governatore del Massachusetts, Mitt Romney. Due profili che propugnavano una politica estera abbastanza tradizionale: interventista, grintosa e internazionalista. Eppure, entrambi persero quota. E, alla fine, emerse, quasi in sordina, Rex Tillerson. Presidente del colosso petrolifero Exxon, Tillerson sembrava sposare una visione geopolitica non esattamente in linea con le dottrine repubblicane degli ultimi trent’anni. Particolarmente incline alla Realpolitik, privilegiava approcci diplomatici morbidi e cauti, maggiormente inclini al compromesso che all’uso della forza o della retorica roboante. Un profilo, sotto alcuni aspetti, quasi kissingeriano, che avrebbe dovuto imprimere una svolta decisa alla politica estera americana. Non dimentichiamo poi che Tillerson venne probabilmente scelto anche per la sua amicizia con il presidente russo, Vladimir Putin, in un momento storico in cui Trump puntava moltissimo sul disgelo nei confronti del Cremlino. Nata sotto i migliori auspici, l’entrata in politica di Tillerson si è pian piano rivelata un mezzo fallimento.

Fin da subito, il segretario di Stato ha mostrato di non avere molta dimestichezza con gli intrallazzi e le dinamiche burocratiche di Washington. Anzi, secondo i beninformati, si sarebbe ben presto messo in rotta di collisione con svariati funzionari del Dipartimento di Stato, che avrebbero addirittura iniziato a mettergli i bastoni tra le ruote. In questo clima di inesperienza, i rapporti con Trump si sono velocemente deteriorati. Innanzitutto, pare che la Casa Bianca non vedesse troppo di buon occhio la sua conclamata ritrosia nei confronti dei mass media. In secondo luogo, sembra che Tillerson si sentisse scavalcato nelle sue funzioni: in particolare, il segretario di Stato non digeriva l’iperattivismo del genero di Trump, Jared Kushner, nel tentativo di risoluzione del conflitto israeliano-palestinese. Tutto questo avrebbe alzato notevolmente la tensione in seno all’amministrazione: addirittura, sembra che, durante le riunioni, Tillerson abbia talvolta usato toni particolarmente accesi, ricevendo per questo rimproveri dallo stesso Trump. Insomma, tutto questo avrebbe portato a una profonda rottura tra i due. Una rottura insanabile, che ha prodotto il siluramento di Tillerson. In particolare, secondo qualcuno, dietro questa mossa di Trump ci sarebbe la volontà di adottare un cambio di passo alla vigilia di un suo (eventuale) incontro con il leader della Corea del Nord, Kim Jong Un.

E sarà proprio il cambio di passo che dovrà essere analizzato attentamente. Anche perché il nuovo segretario di Stato sarà l’attuale direttore della CIA, Mike Pompeo. Un profilo politico radicalmente differente rispetto a quello di Tillerson. Pompeo è difatti  un falco repubblicano, che – contrariamente alla cautela realista del suo predecessore – sostiene delle posizioni interventiste e aggressive. E’ un aspro critico della Russia e dell’Iran, oltre ad essere uno che invoca un approccio muscolare nei confronti di Pyongyang. Un profilo dunque che, in sé, mal si accorda con il tendenziale isolazionismo dell’attuale presidente americano. E’ dunque chiaro che – con la scelta di Pompeo – Trump voglia probabilmente abbracciare una politica estera più interventista e bellicosa. Senza poi dimenticare che questa opzione possa celare anche delle motivazioni di politica interna. E’ difatti possibile che Trump voglia in qualche modo ricucire con parte di quel mondo repubblicano, da cui ultimamente si è mostrato piuttosto distante: soprattutto per quanto concerne la questione dei dazi. In tal senso, qualora Pompeo guidasse il Dipartimento di Stato in senso più tradizionalmente repubblicano, sarà interessante vedere come questo eventuale cambio di rotta in politica estera possa sposarsi con le tendenze sempre più apertamente protezioniste dell’attuale inquilino della Casa Bianca. In tutto questo, il caos torna a regnare sovrano dalle parti di Washington. E chissà che non sia ciò che, alla fine, Trump esattamente voglia. 

Della serie: grande è la confusione sotto il cielo. La situazione, quindi, è eccellente.

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