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La via stretta di Trump

Commenti (1) USA

di Stefano Graziosi

Lo scontro tra il presidente americano, Donald Trump, e l’FBI prosegue senza sosta. In modo abbastanza inusuale, la Commissione Intelligence della Camera ha pubblicato un documento top secret, secondo cui il Dipartimento di Giustizia e il Bureau avrebbero effettuato indagini abusive per danneggiare la campagna elettorale di Trump. Il memo, di tre pagine e mezzo, afferma che il governo americano, all’epoca guidato da Barack Obama, avrebbe cercato di mettere i bastoni tra le ruote al miliardario newyorchese, attraverso strategie di sorveglianza del tutto arbitrarie. Al centro dell’offensiva repubblicana, ci sarebbe il fatto che il Dipartimento abbia giustificato la sua attività di intercettazione sulla base del cosiddetto dossier Steele: un documento, redatto dall’ex spia britannica, Christopher Steele, secondo cui Trump avrebbe intrattenuto rapporti opachi con il Cremlino. Il punto è che quel dossier era stato finanziato dalla campagna elettorale della candidata democratica Hillary Clinton e che – prosegue il memo – l’FBI fosse già a conoscenza dell’ostilità di Steele nei confronti di Trump, quando le indagini vennero avviate. In definitiva, l’accusa rivolta al Dipartimento di Giustizia e al Bureau è quella di aver abusato consapevolmente della legislazione sulle intercettazioni.

In virtù di tutto questo, il capo della Commissione Intelligence, David Nunes, ha dichiarato: “La Commissione ha scoperto gravi violazioni della fiducia pubblica e il popolo americano ha il diritto di sapere quando i funzionari delle istituzioni più importanti stanno abusando della loro autorità per scopi politici”. I democratici non ci stanno e vanno al contrattacco, accusando Trump e i repubblicani di aver politicizzato una questione delicata, non dimostrando senso delle istituzioni. In particolare, la capogruppo dell’asinello alla Camera, Nancy Pelosi, ha accusato la Casa Bianca di voler “screditare l’FBI”. Insomma, la faida politico-istituzionale in America è tornato più virulenta che mai. Non è quindi peregrino interrogarsi su quali scenari possano aprirsi da questa fibrillazione costante.

Certo: la Storia statunitense già ricorda qualche rapporto teso tra la Casa Bianca e il Bureau (basti pensare alle relazioni non esattamente idilliache tra John F. Kennedy e J. Edgar Hoover). Tuttavia è inutile nascondere che un tale livello di scontro risulti in buona sostanza inedito e che – come accennato – vada ad inserirsi all’interno del più generale (e aggrovigliato) problema del Russiagate. E proprio il Russiagate sta rappresentando un nodo fondamentale per il destino di Trump: questo non tanto sotto il profilo penale (di pistole fumanti, al momento, se ne vedono ben poche), quanto – semmai – sotto quello smaccatamente politico. E qui veniamo al punto: negli Stati Uniti, la messa in stato d’accusa del presidente non ha una natura di carattere giudiziario ma politico. Il processo di impeachment è difatti istruito dalla Camera e votato dal Senato: ragion per cui sono gli equilibri interni al Congresso ad essere dirimenti. Ora, per quanto Trump abbia parte dell’elefantino contro, è alquanto improbabile che un potere legislativo totalmente in mano ai repubblicani possa mettere sotto processo un “suo” presidente. Eppure le cose potrebbero cambiare: il prossimo novembre, si terranno infatti le elezioni di metà mandato, in occasione di cui si rinnoverà la totalità della Camera e un terzo del Senato. Un appuntamento importante, anche perché – laddove dovessero mutare sensibilmente gli equilibri parlamentari – la possibilità di un impeachment potrebbero aumentare. Pur senza esagerare: non dimentichiamo che una parte del Partito Democratico, almeno al momento, non sembri troppo intenzionata a percorrere quella strada. Ciò detto, è abbastanza probabile che la scelta di pubblicare il memo da parte di Trump sia principalmente mirata ad allontanare lo spettro del Russiagate.

In secondo luogo, più in generale, questo stratagemma consente al presidente di rafforzare la sua leadership di natura bonapartista: una leadership, cioè, votata alla disintermediazione e al contatto diretto con il suo elettorato. Da quando si è candidato, il miliardario non fa che enfatizzare questo suo carattere plebiscitario, in una costante lotta – lancia in resta – contro la politica di professione e il cosiddetto “deep state”: quella burocrazia potente e pericolosa, che opprimerebbe il popolo americano. Trump, in altre parole, continua a compattare la sua gente, cercando di ampliare i consensi sia in vista delle elezioni novembrine sia in vista della corsa per la riconferma nel 2020. Il tutto, cercando di sfruttare un momento politicamente favorevole: quello slancio che gli deriva dalla riforma fiscale approvata a fine anno. Senza poi dimenticare come, nella recente questione della shutdown, Trump abbia riportato una netta vittoria politica sui democratici, che – dopo una strategia vuotamente ostruzionista – hanno alzato bandiera bianca.

Ciononostante il presidente sta seguendo una strada piuttosto rischiosa. Trump ha affermato che, quest’anno, ha intenzione di far approvare la sua riforma infrastrutturale: un ambizioso piano di investimenti pubblici e privati che dovrebbe rilanciare il mercato del lavoro statunitense. Il punto è che buona parte dei repubblicani non abbia alcuna voglia di appoggiare un intervento statale in campo economico: soprattutto i liberisti ortodossi gridano allo scandalo, temendo il ritorno del New Deal del tanto odiato Franklin D. Roosevelt. Anche per questo, in occasione del discorso sullo stato dell’Unione, Trump aveva teso la mano ai democratici, comprendendo la necessità di una maggioranza bipartisan per far passare il provvedimento. Il punto è che questa (astuta) riedizione della politica andreottiana dei due forni mal si sposi col rinnovato scontro ingaggiato in queste ore con i democratici. Trump si trova insomma a dover percorrere una strada strettissima, colma di trappole e pericoli. Una scommessa difficile: che potrebbe portarlo a sbattere. O a riconquistare la Casa Bianca nel 2020.

One Response to La via stretta di Trump

  1. Giorgio ha detto:

    Non la voglio farla troppo lunga,a scernere chi fosse stato il Presidente USA migliore dopo Abramo Lincoln non mi ci metto…anche perché la storia rammenta solo ovviamente quel che hanno fatto di buono,le toppate archiviate….mi risulta che Abramo avesse diversi neri a lavorare sulle sue terre.
    Trump ha scelto, ha combattuto per essere Presidente,ha battuto la strega arpia per 5 a 0 di questo ne godo….ma che a secondo se piova o tira vento egli prenda decisioni flash mentre assorbe il lungo caffè con uova e pancetta ogni santa mattina,fanno di lui un creatore di instabilità psicologica per tutto l’universo…quel che dico io (lui) è legge.
    Presidente o Rè ?

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