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Trilussa, Senatore a vita

Commenti (1) Varie ed eventuali

Scorri l’elenco dei senatori a vita e trovi Carlo Alberto Salustri.

Certo, altri, con lui, gli (oggi) sconosciuti o quasi, i dimenticati.

Ma se il desso non fosse collocato nell’ordine alfabetico alla esse, se fosse incluso più correttamente con lo pseudonimo, come Trilussa, anche tra i meno avvertiti qualcuno lo identificherebbe.

Il poeta romanesco – gigante tra tutti i senatori a vita con i suoi quasi due metri – detiene il poco invidiabile record della più breve durata in carica.

Nominato da Luigi Einaudi il primo dicembre del 1950, se ne andò il 21 di quello stesso mese.

Due le frasi che secondo la leggenda la nomina gli avrebbe suscitato.

Rivolte alla fedelissima domestica.

“M’hanno nominato ‘senatore a morte'”, la prima, giustificata dal suo stato di salute.

“Finalmente siamo diventati ricchi”, la seconda, dettata piuttosto dai ricordi – anni lontani nei quali era arrivato a chiedere soldi agli usurai – che dalla contingenza.

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One Response to Trilussa, Senatore a vita

  1. CARLO CAVALLI ha detto:

    Trilussa, uno dei miei preferiti.
    Corrosivo e dissacrante eppure così magicamente saggio.
    Ricordo ancora – con una scioltezza diventata claudicante nel tempo- alcune sue poesie di sintesi esplosiva e di piacevolezza assoluta.
    Direi come un magistrale piatto di pasta al cacio e pepe.
    Trilussa e “La politica” che volle centellinarlo senatore per sole tre settimane.
    Forse vale la pena di citarne qualche passaggio (scusandomi per la scomposta accentazione).

    “Ner modo de pensà c’è un gran divario:
    mì padre è democratico cristiano
    e, siccome è impiegato ar Vaticano,
    tutte le sere recita er rosario”.

    A seguire, le clamorose stridenti contrapposizioni in famiglia. Come in ogni buona famiglia che si rispetti.

    ” De tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano
    è socialista rivoluzzionario;
    io invece so’ monarchico, ar contrario
    de Ludovico ch’è repubblicano”.

    Ancora oggi mi rotolo di piacere , quasi rischiando di cascare nelle acque del biondo Tevere, davanti al litigio che deflagra prima di cena, nel conflitto dei dogmi e dei fondamenti delle idee.
    Poi tutto si appiana, come d’incanto, sfumando nella fumante comparsa di una pietanza politicamente corretta.

    ” Famo l’ira de Dio!
    Ma appena mamma
    ce dice che so’ cotti li spaghetti
    semo tutti d’accordo ner programma”.

    Così esplode la pace sociale.
    Nella coerente interpretazione di una gustosa conviviale.

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