mdpr1@libero.it

Elias Ymer

Nessun commento Sport

29 agosto.
Como.
Campi in terra rossa di Villa Olmo.
Primo turno del Challenger.
Elias Ymer parte fortissimo.
Quattro a zero (forse, quattro a uno) con Pedro Sousa.
Nero di origini etiopi, di buona stazza, giovanissimo, di bandiera svedese pare debba fare un solo boccone del decisamente più stagionato portoghese.

Li lascio giocare…

Un’ora, poco più, poco meno.
E lo colgo seduto e solo, nascosto, l’aria sconsolata.
Ha perso sei/quattro, sei/zero.
“L’iberico parte piano, ma poi… “, mi dice uno che la sa lunga.

Spero, mi auguro sia di buon augurio per Elias visti i risultati in carriera del russo, ma in quel preciso istante mi ha ricordato il buon Nikolay Davidenko.

Mille anni fa.
Un Challenger, anche allora.
Col fratello – ecco, Nikolay non era solo e questo vuol dire – a un tavolo del bar di un circolo periferico.
Un panino e dell’acqua minerale.
Quanto i due si potevano permettere.
Quanto consentiva loro il gettone spettante agli usciti di scena.

“È una strada davvero dura, quella che hai imboccato, Elias.
Devi avere dentro qualcosa di eccezionale per sopravvivere e comunque emergere.
Non tanto per i soldi.
Contano, ma fino a un certo punto.
Per la solitudine.
Per le amarezze.
Per lo sconforto.
Per l’incertezza…

Ad maiora!”

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someonePrint this page

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *