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“Raddoppia?”

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Certo, non erano più i tempi nei quali i vecchi e i poco avvertiti guardavano al telefono come a un oggetto demoniaco.
Quella voce che arrivava chissà come?
Chissà da dove?
Opera del diavolo, no?

L’avevamo.
Non tutti, ma l’avevamo.
Attaccato al muro, nel corridoio.
Sul tavolo, in camera.
Sul mobile d’ingresso.
Nero.
In città.

(E in campagna?)

E non è che per telefonare si componesse il numero e via.
Occorreva chiamare ‘la signorina’.
Al 12, se ben ricordo, per le interurbane.
Al 15 per le Internazionali.
E quando rispondeva – bontà sua – si dettava città e numero.

E si aspettava.
Nei pressi.
Magari, facendo i turni.
E il telefono poteva squillare di lì a un minuto o dopo un tempo che pareva infinito.
E si veniva messi in contatto.
E le voci, lontane, gracchiavano.
E intorno i familiari, accorsi, partecipavano.
“Chiedigli come sta…
della mamma…
della zia…
dei bambini…”
E invariabilmente il segno che gli intervenuti ricevevano era un invito a zittirsi.
Per non disturbare.
Per consentire un degno ascolto.

Pochissimo – questa la sensazione – e interveniva ‘la signorina’.
“Raddoppia?”, chiedeva a chi aveva chiamato.
E quasi sempre era quello il segnale di frettolosi saluti, pochi potendosi permettere di raddoppiare il tempo concesso e pertanto la spesa.

E arrivarono i prefissi.
Cittadini, internazionali…
E l’intera faccenda andò perdendo rapidamente fascino.

Mai più vista la famiglia riunita in attesa della chiamata da parte della ‘signorina’.

Con i prefissi, l’abitudine.
Perché ci si abitua, maledizione!