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La riforma fiscale di Donald Trump

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di Stefano Graziosi

Donald Trump torna a sorridere. Giovedì scorso, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la riforma fiscale con una maggioranza di 227 voti contro 205. Come prevedibile, nessun democratico ha sostenuto il disegno di legge. Mentre 13 repubblicani si sono ribellati alle direttive del loro stesso partito.
La riforma si caratterizza per una energica defiscalizzazione, confermando così svariati punti del piano auspicato dal presidente americano nei mesi scorsi. Innanzitutto, l’aliquota fiscale sulle imprese è stata drasticamente ridotta dal 35% al 20%. In secondo luogo, è stata introdotta una semplificazione e una riduzione delle aliquote relative alla tassazione individuale. Il Partito Repubblicano festeggia. In particolare, lo stesso Trump e lo Speaker della Camera, Paul Ryan, considerano questo voto una netta vittoria. Quasi una reazione alla batosta rimediata dall’elefantino in occasione delle ultime elezioni governatoriali in New Jersey e Virginia. Senza dimenticare che la defiscalizzazione in stile reaganiano ha sempre costituito un elemento chiave della proposta programmatica di Trump. Tutto questo mentre, dal canto loro, i democratici protestano, considerando questa legge un iniquo favore alle classi agiate.
Eppure, nonostante l’indubbio successo, i giochi non possono ancora dirsi conclusi. In primis, ricordiamo che, secondo la Joint Committee on Taxation, questa riforma provocherebbe una dura riduzione del gettito fiscale (si parla di circa 1,4 trilioni di dollari nei prossimi dieci anni): un dato che aggraverebbe notevolmente il già cospicuo debito pubblico americano e che – proprio per questo – sta facendo storcere il naso a svariati esponenti del Partito Repubblicano. In secondo luogo, bisogna prestare attenzione a quanto accade in Senato. Da mesi, la camera alta è diventata un vero e proprio Vietnam per il presidente: non dimentichiamo che il tentativo di abolire Obamacare è stato bocciato proprio da un manipolo di senatori repubblicani ribelli, guidato dal vecchio John McCain. E, guarda caso, al Senato la riforma fiscale potrebbe incagliarsi: qui infatti è attualmente in discussione un altro progetto di legge. Un progetto abbastanza diverso da quello appena licenziato dalla Camera, che si caratterizza per una impostazione molto più cauta e moderata.
L’aliquota della tassa sulle imprese viene mantenuta integra fino al 2019, mentre i tagli alle aliquote individuali vengono congelati fino al 2025 per non aggravare il deficit. Nella fattispecie, quest’ultima misura è stata presa a causa della Byrd Rule: una regola parlamentare in base a cui, se la maggioranza chiede di approvare una legge evitando l’ostruzionismo dell’opposizione, la suddetta legge non può incrementare eccessivamente il debito pubblico oltre un termine di dieci anni. Inoltre, al di là dei tecnicismi legislativi, questa proposta prevede anche l’abolizione di un pezzo importante di Obamacare: l’obbligo per i cittadini di munirsi di un’assicurazione sanitaria. Un elemento che i repubblicani non hanno mai digerito, considerandolo un esempio di invasività statalista. Il punto è che, al di là delle profonde differenze rispetto al testo della Camera, in Senato è già iniziato il balletto dei numeri. Eh sì: perché la maggioranza repubblicana risulta piuttosto risicata (52 seggi a 48). Ragion per cui, il Grand Old Party può permettersi al massimo due defezioni se vuole approvare il testo.
Ma la strada appare in salita. Sono infatti tre i senatori repubblicani che hanno già espresso serie riserve verso questa proposta di legge: Ron Johnson, Susan Collins e Marco Rubio potrebbero far mancare il proprio appoggio, votando insieme ai democratici. Senza dimenticare che il fronte frondista potrebbe addirittura allargarsi, vista la presenza di altre figure pronte a tutto pur di mettere i bastoni tra le ruote a Trump (McCain in testa). E comunque, anche qualora la camera alta riuscisse a far passare il suo disegno di legge, sarebbe poi prevista una fase ulteriore per armonizzarlo con quello della Camera. Una quadra non certo scontata per un partito litigioso come l’elefantino. Tutto questo marasma pende dunque come una vera e propria spada di Damocle sul fulvo capo del presidente, che rischia seriamente di vedersi trasformata una importante vittoria in un boomerang. Ma anche l’establishment del Partito Repubblicano non può permettersi di dormire sonni troppo tranquilli. Ad un anno dalle elezioni di medio termine (quando si voterà per rinnovare la totalità della Camera e un terzo del Senato) fallire su un problema delicato come quello delle tasse potrebbe rivelarsi un colpo fatale.