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Gianni Robustelli, l’artista-filosofo che coltivava utopie. Ispirò a Varese la nascita di un “Club dei sognatori”

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di Antonio Cosentino

Certo, si può anche morire per inseguire un sogno. La cronaca di ogni giorno, a parte la storia, ce lo insegna. Ma che sarebbe la vita senza sogni?

Anni fa, Gianni Robustelli (Robusti nell’arte ceramica e non solo) i sogni li inseguiva, pur sapendo che difficilmente erano realizzabili.

L’artista (Cunardo, Varese, 1946-2010) frequentava, intorno agli anni Settanta, un locale tipico di Varese, il Cantinone di Piazza Giovane Italia. E raccontava che in quell’ambiente si coltivavano utopie, che si sfaldavano però all’uscita dall’osteria.

Diceva che il Cantinone era frequentato nelle ore tarde da altri sognatori come lui. Qualcuno, certo, avrà pur realizzato il suo sogno. Perché, senza un progetto non si va da nessuna parte.

Sentito il racconto dell’artista-filosofo a una serata conviviale, ci fu anche chi colse il messaggio e radunò attorno a sé pittori, fotografi, poeti, musicisti in una sorta di “Club dei sognatori”. Sognatori a oltranza.

Il club perpetuò così la leggenda del Cantinone proprio nello stesso locale che, col tempo, da osteria era diventato ristorante con qualche stella. Molti di quegli artisti hanno inseguito i propri sogni e qualcuno li ha realizzati. Se non si sogna, se non si rincorre un ideale, si rimane al palo.

 Gianni, alle Ceramiche Ibis di Cunardo, lo vidi spesso, non solo per intervistarlo per il quotidiano locale, ma anche per fare due chiacchiere. Mi raccontava, dunque, di Piero Chiara che si era cimentato nel suo laboratorio nell’illustrare in qualche piatto qualcuno dei suoi libri di successo, quelle storie portate anche sullo schermo. Parlava anche di artisti passati da Cunardo le cui quotazioni avevano raggiunto quote stellari, come Jean Arp; oppure del nostrano Renato Guttuso, Enrico Baj e tanti altri ancora.

Tra i numerosi artisti transitati da Cunardo, Lucio Fontana, che Gianni difese a spada tratta da chi non avrebbe capito il senso della tela offesa. “Lo squarcio sulla tela per cui Fontana divenne famoso alla Biennale di Venezia (1966) – mi disse – è stata un’intuizione notevole, una rivoluzione del campo dell’arte. Il taglio era il frutto di una ricerca molto seria. Penso di scandalizzare molti, ma anche di trovare molti altri d’accordo, dicendo che Fontana, nel momento in cui opera lo squarcio nella tela, non è nient’altro che un ottimo scultore che ha lavorato sull’idea dello spazio, lo spazio in rapporto alla luce”.

La memoria di Gianni viene sempre riproposta alle Ceramiche Ibis dal fratello Giorgio, che continua, con mostre e manifestazioni, a tenere viva e attuale l’attività della lavorazione delle ceramiche, iniziata dal padre Paolo nel 1951.