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Il sette e l’undici

Commenti (1) Varie ed eventuali

Li tiravi contro il muro.
I dadi, intendo.
Un tavolino appoggiato alla parete.
Il lancio a rimbalzare.
Sul legno, prima.
Con arte.
Certo, a Las Vegas era tutta un’altra cosa.
Ma andava bene così, visto che i soldi, le svanziche, erano veri.
Da Aldo.
Di quando in quando.
A sera.
Messe via le carte e pagato il dovuto.
Prima di chiudere il bar.
Il banco?
A turno, per non favorire nessuno.
E si poteva scommettere da fuori.
Tiravi e se uscivano il sette o l’undici era subito fatta.
E ho sempre pensato che il tale che aveva deciso che sui Pendolini o come diavolo si chiamavano allora si potesse fumare proprio sulle carrozze numerate sette e undici l’avesse fatto per questo.
Aveva lanciato un messaggio agli usi di mondo, a quelli che sanno come va la vita!

 

One Response to Il sette e l’undici

  1. Carlo Cavalli ha detto:

    Il godibilissimo assist di MdPR mi riporta alla memoria -ancora una volta- mio zio Mario di Caorso, uno zio a tutto campo ( quando dal campo non fuggiva, facendo perdere ogni traccia della sua esistenza : una esistenza costruita sull’assenza).
    Lo zio mi spiegava, nel periodo formativo degli anni 60, che le gemelle Kessler erano di fatto “Quattrogambe ramificate” , riconvertite da panzer- coach in amabili ballerine.
    Mario era un accanito giocatore di dadi.
    E mi confidava che il dado rappresentava la malia, la ragione di vita ,la perpetua tentazione rampante , l’ondivago umore di una faccia.
    Aggiungendo, con una punta di malinconia, che il dodo si era estinto per la totale scomparsa dei numeri 7 e 11 ,confinati nell’oblio di un congedo permanente.
    Gli credevo ciecamente , ma non beceramente.
    Il soprannome del mio maestro di vita era ” Dadoumpa”, per tutti gli avventori del bar dell’Ermana, quasi nana e tanta tana.
    Lo zio Mario propiziava il lancio a rimbalzare evocando regolarmente il motivo delle spilungone tedesche , in una sorta di parodia carica di rispetto.
    Era un vero campione, un ” dadeur” di tecnica sopraffina.
    Le rarissime volte in cui gli capitava la sventura di capitolare, cercava nel fumo del locale la sagoma dell’Ermana.
    Così si assentavano dal mondo, per ore e per giorni.
    Il dado era tratto e il Rubicone di un letto piacentino cominciava a tracimare legioni di sospiri.

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