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Sanità USA. Le dimissioni di Tom Price

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di Stefano Graziosi

La sanità continua a turbare i sonni di Donald Trump. Venerdì scorso, il ministro della Salute, Tom Price, si è dimesso. La sua colpa? Aver usato un’ingente quantità di danaro pubblico per l’utilizzo di jet privati. Uno scandalo abbastanza odioso, che riporta una certa fibrillazione all’interno dell’amministrazione Trump. Non soltanto in termini di equilibri interni. Ma anche perché la questione sanitaria rappresenta ormai da mesi il cruccio principale per l’esecutivo statunitense. Anche per questo, al di là dello scandalo in sé, non è forse del tutto improbabile ipotizzare che l’uscita di scena di Price possa affondare le proprie radici in cause più strutturali.

Di natura smaccatamente politica.

La scelta di Price a ministro della Salute era stata d’altronde giustificata dalla ferma intenzione di smantellare Obamacare. Price era infatti notoriamente uno dei principali oppositori della sanità obamiana, visto che proponeva una visione liberista e particolarmente gradita alla destra repubblicana. Trump lo aveva quindi nominato non soltanto per ricucire gli strappi con l’ortodossia del suo partito. Ma anche perché, nelle sue intenzioni originarie, i tagli alla sanità avrebbero dovuto fornire le coperture per finanziare la sua proposta di riforma fiscale: una proposta di defiscalizzazione in stile reaganiano, particolarmente onerosa in termini di spesa pubblica. Per questo, sebbene nel corso della campagna elettorale il magnate avesse assunto posizioni più sfumate sulla questione sanitaria, la scelta è alla fine ricaduta su un liberista convinto come Price. Un ministro che tuttavia, è bene dirlo, al di là delle parole, non è che abbia poi fatto chissà cosa. Lo scorso inverno, aveva più volte affermato di voler prendere l’iniziativa della controriforma repubblicana. Ma il Congresso non era disposto a farsi pestare i piedi e il ministro dovette alla fine rientrare nei ranghi, rinunciando ad ogni mania di protagonismo.
Il resto si sa. Ogni tentativo di smantellamento dell’Obamacare, condotto dai repubblicani negli scorsi mesi, è miseramente fallito. Non solo la destra ultraconservatrice ha ripetutamente boicottato proposte di riforma sanitaria considerate troppo blande. Ma, anche sul fronte repubblicano centrista, un’agguerrita fronda – guidata dal senatore John McCain – ha di fatto impedito che il Grand Old Party riuscisse ad abolire (o anche soltanto ad indebolire) Obamacare. Uno smacco molto duro per i repubblicani che – dal 2010 – hanno detto peste e corna di una legge che, al momento della verità, non hanno fondamentalmente avuto il coraggio di eliminare. Una ragione in più che fa capire come la posizione di Price si fosse resa pericolosamente traballante. Anche perché, secondo i beninformati, il ministro non sarebbe mai effettivamente riuscito ad entrare in sintonia con Trump. Senza dimenticare che, alla fin fine, la sua influenza sui deputati al Congresso sia sempre risultata piuttosto scarsa. Fattore, questo, che certo ha contribuito non poco all’irritazione del presidente. E adesso che succede?
Che il Partito Repubblicano possa tentare nuovamente un attacco alla sanità obamaiana è molto difficile. Almeno nel breve periodo. Dopo il 30 settembre, è scaduto infatti il termine per approvare uno smantellamento con la sola maggioranza semplice. Ragion per cui, trovare i numeri al Senato risulta oggi ancor più complicato. Poi c’è la questione del ministero della Salute. Chi lo guiderà, adesso che Price si è dimesso? Per ora, a fare le veci del ministro, sarà il dottor Don Wright (funzionario del dipartimento). Ma il problema sarà appunto quello della successione. Se Obamacare per ora è salva, la questione riguarda un altro aspetto: il modo in cui il ministero della Salute attuerà la legge. I democratici hanno infatti già più volte accusato il governo di sabotare Obamacare. Ragion per cui, il nuovo potenziale ministro dovrà affrontare un vero e proprio fuoco di fila per essere confermato dal Senato. Perché il Partito dell’Asino pretenderà di sapere per filo e per segno in che modo costui avrà intenzione di gestire e salvaguardare la sanità americana.
La camera alta torna quindi decisiva per l’amministrazione Trump. Quel Senato che è da tempo ormai diventato un vero e proprio Vietnam per il magnate. Quel Senato che promette nuove barricate sulla sanità, minacciando di paralizzare la già flebile attività presidenziale. E intanto i fronti si allargano: da Russiagate al fisco, Trump deve difendersi da attacchi sempre più minacciosi. La via della salvezza è stretta. Aprire all’opposizione e cercare di governare con maggioranze variabili diventa ogni giorno più difficile. E soprattutto sulla sanità è abbastanza improbabile che i democratici possano accettare un’intesa con il presidente.