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Pratica e filosofia delle arti marziali

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di Antonio Cosentino

Si fa presto a dire arti marziali come autodifesa. In effetti non basta acquisire le tecniche utili per far fronte a un’aggressione. Occorre anche, per non farsi prendere dal panico, avere lo spirito giusto.

I maestri più preparati, infatti, hanno una formazione che si basa su discipline come lo yoga o lo zen. Gli istruttori di judo italiani più in vista negli anni in cui questa disciplina spopolava (a iniziare dal 1930) erano anche monaci zen. Tant’è che qualcuno si domandava se – trattando dell’arte marziale di cui erano maestri – ne erano anche i profeti.

Oggi le arti marziali presentano tante sfumature di grigio, ma la base è sempre quella di un controllo superlativo da Samurai che va oltre le tecniche stesse.

Di fronte a una situazione d’emergenza il praticante non rifletterà sulla tecnica da adottare ma agirà in modo automatico, come se fosse sul set di un film d’azione.

Un’arte marziale non delle più facili da apprendere, l’aikido, si basa soprattutto sulla prontezza di riflessi. Un maestro di questa disciplina di nostra conoscenza, affrontato da tre bulli, li ridusse a mal partito tanto che dovettero ricorrere alle cure mediche. Mentre l’istruttore fu richiamato dalle autorità competenti per eccesso di legittima difesa.

Chi scrive assistette all’intervento di un judoka accorso in aiuto a un collega di lavoro messo al muro da un energumeno per questioni di viabilità. L’esperto di arti marziali in un amen immobilizzò a terra il malcapitato aggressore che poi si allontanò precipitosamente.

Il risvolto più interessante della disciplina marziale rimane tuttavia la tranquillità interiore, la sicurezza che la padronanza delle tecniche conferisce al praticante. Tecniche un tempo tenute gelosamente segrete e riservate ai Samurai, i nobili guerrieri. Fino a che, in Giappone, dopo la seconda guerra mondiale, non vennero insegnate nelle scuole assieme ai principi della cavalleria.

L’idea-base delle arti marziali, rimane tuttavia quella del “vincere o morire”, non importa se con un’arma o a mani nude, come nel karate (kara=vuote; te=mani).

La differenza tra karate e judo sta nel fatto che la prima disciplina potrebbe dissuadere l’avversario al primo colpo bene assestato; nel judo – salvo la caduta rovinosa dovuta a una proiezione – l’aggressore, lasciato libero da una presa, potrebbe incattivirsi. Il karate, comunque, viene considerato un’arte soprattutto d’attacco e il judo di difesa, con un avversario in movimento.

La nascita del karate, secondo fonti ritenute attendibili, viene attribuita al fondatore del buddismo zen, Bodhidharma (VI sec. d.C.). Ma solo dopo il 1922 in Oriente le arti marziali poterono essere insegnate in scuole e palestre e diffuse quindi nel mondo (in Italia intorno al 1930).

Uno dei primi volumi sulle arti marziali, il “Jiu-Jitsu”, fu edito nel 1953 dalla Sperling&Kupfer di Milano. Il titolo significa “dolce (jiu) arte (jitsu)”. Chi scrive ne acquistò una copia alla sua uscita: un’anticipazione del suo ingresso in campo, tanto da trovarsi nel 1986 presidente nazionale della federazione kendo.

Il kendo: l’arte marziale storica per eccellenza, “La via della spada” (katana) resa famosa dai Samurai (1337-1573),guerrieri colti che, sconfitti da un avversario, gli dedicavano una poesia prima di morire. Quel che resta della loro filosofia è tuttavia una magra consolazione.

Si sostiene infatti che se il novello guerriero vince un confronto, avrà imparato qualcosa; se sconfitto, avrà imparato di più. Provare per credere.