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NFL, NBA & friends contro Donald Trump: che il festival della banalità abbia inizio

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di Edoardo Quiriconi

In principio fu Colin Kaepernick.

Il 26 agosto 2016 il Nostro, giocatore afroamericano professionista della “National Football League” (NFL), prima dell’inizio di una partita amichevole in vista della nuova stagione, resta inginocchiato durante l’esecuzione dell’inno nazionale americano, che negli Stati Uniti viene suonato e cantato, senza eccezioni, prima di ogni evento sportivo.

Il gesto suscita immediata curiosità e, nel corso dell’intervista post-partita, Kaepernick spiega ai microfoni di NFL Media che, da quel giorno in avanti, non sarebbe più rimasto in piedi durante l’esecuzione di “The Star-Spangled Banner”, non avendo intenzione “di mostrare orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime i neri e le minoranze etniche: ci sono i cadaveri per le strade, e persone che la fanno franca”.

Apriti cielo!

Da quel giorno è partita la prevedibile, scontata ridda di “intellettuali”, opinionisti e salottieri liberal-dem che, tramite i media statunitensi – in gran parte controllati dai grandi potentati economico-finanziari vicini al Partito Democratico – non hanno mancato di far sentire la propria vicinanza al giocatore nonché di condannare, senza “se” e senza “ma”, la polizia, indistintamente definita “liberticida e razzista”.

Il dibattito a sfondo sportivo-razziale negli Stati Uniti, rimasto più o meno sopito negli ultimi sei mesi, è riesploso in modo violento negli ultimi giorni quando Stephen Curry, superstar della “National Basketball Association” (NBA) in forza ai Golden State Warriors, parlando con la stampa statunitense ha espresso il proprio dissenso circa l’opportunità di recarsi alla Casa Bianca con i suoi compagni di squadra per festeggiare, come ritualmente avviene, il titolo di campioni nazionali con il Presidente in carica.

A breve giro di posta il collega Lebron James, asso dei Cleveland Cavaliers, nel corso di una conferenza stampa dice testualmente di Donald Trump: “E’ incredibile quello che lo sport può fare per tutti noi; lo sport può unire le persone come nient’altro al mondo. Non importa se avete votato per lui o no; potete aver fatto un errore. E va bene, se avete votato per lui non c’è nessun problema, tutti possiamo sbagliare”.

La protesta, dunque, si è riaccesa e non accenna a placarsi.

Ora, dal momento che gli Stati Uniti, pur con tutti i loro problemi e contraddizioni, sono un grande, libero Paese, Colin Kaepernick, Stephen Curry, Lebron James o chi per essi hanno tutto il diritto di esternare i loro, ancorché confusi, pensieri.

Ciò detto, senza voler negare la storia americana, della quale la segregazione razziale è una pagina oscura, l’impressione che tale vicenda può suscitare in un osservatore medio è quella che si stia levando una caccia alle streghe nei confronti del pensiero “non allineato”, un razzismo al contrario che impedisce di vedere i fatti con un minimo di obiettività.

Non è intenzione né interesse di chi scrive prendere aprioristicamente le difese di Donald Trump. Anzi: pur non trovandolo, personalmente, antipatico, lo considero un uomo volgare, impreparato e inadatto a occupare una carica tanto prestigiosa e pregna di responsabilità come quella di Presidente degli Stati Uniti d’America.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che, da troppo tempo a questa parte, si è scatenato, sui media e nel presunto mondo “culturale”, un movimento di opinione inteso a mettere in risalto a tutti i costi la bellezza, la quasi superiorità del mondo nero-afro. “Nero è bello!”, si legge e si sente dire, e guai ad alzare il dito e provare a obiettare anche in modo educato e rispettoso! L’unanime condanna della neo-inquisizione taccerà il malcapitato con gli oramai immancabili epiteti “populista-razzista-xenofobo-sessista”.

Negli Stati Uniti, in particolare, non corrisponde al vero l’asserito fatto che l’elezione di Donald Trump al numero 1600 di Pennsylvania Avenue abbia scatenato la rabbia sociale di una comunità, quella afroamericana, che si sente minacciata dalle politiche razziste dell’attuale Presidente. E questo, al netto del fatto che tale Presidente lo sia magari per davvero, un razzista.

L’elezione di Donald Trump ha contribuito, questo sì, a esacerbare gli animi della protesta, ma per il solo fatto che il mondo liberal-dem, largamente maggioritario nelle stanze dell’intellighenzia statunitense, aveva già deciso che egli, in sede elettorale, dovesse perdere, che il Presidente avrebbe dovuto essere Hillary Clinton.

Le sopracitate parole di Lebron James, per esempio, ne sono un esempio sintomatico: quando egli dice di “perdonare” le persone che hanno sostenuto e votato Donald Trump, che tutti possono “commettere uno sbaglio”, tradisce un fastidio aprioristico, privo di reali contenuti, peraltro manchevole di rispetto nei confronti di tutti quegli afroamericani – e sono più di quanto certi media vogliano dipingere – che hanno votato per il tycoon di New York.

Chi è il Signor Lebron James per erigersi su uno scranno e pontificare la propria “comprensione” per lo “sbaglio” che tanti americani, anche con lo stesso colore della sua pelle, hanno commesso?! Forse che il titolo di “Choosen One” – il “Prescelto” – gli abbia fatto credere a qualcosa di più aulico e “alto” che non i campi di pallacanestro?

Agli atleti afroamericani delle leghe professionistiche statunitensi, in media, della politica è sempre importato molto poco, impegnati come sono nel decidere come spendere le decine di milioni di dollari che, ogni anno, si mettono in tasca. Unica eccezione si è avuta dal 2008 al 2015, quando un loro “fratello”, un loro “bro”, si è insediato alla Casa Bianca. Allora sì, all’improvviso tutti questi sportivi si sono sentiti invadere da un’irresistibile passione per la “cosa pubblica” e si sono messi in fila per andare in visita dal Presidente.

Ma non si cada nell’equivoco: l’onore di festeggiare un trofeo, un titolo vinto, con il “Potus” (acronimo per “President of the United States”) non aveva niente a che fare con tali atleti. Gli stessi che, in media, non hanno mai perso occasione per parlar male del proprio Paese, delle sue ingiustizie e delle sue guerre. La gioia derivava loro dal fatto che un afroamericano si fosse riscattato, si fosse insediato alla Casa Bianca, con buona pace dell’uomo bianco.

Anche l’argomento, più volte addotto in questi primi nove mesi di presidenza Trump, circa l’incremento delle azioni violente della polizia nei confronti delle minoranze etniche – o meglio, dell’unica minoranza etnica che interessa a livello mediatico, vale a dire quella afroamericana – non regge.

Non regge perché le violenze della polizia sulla popolazione civile sono da sempre una piaga endemica della società americana. Una piaga che esiste in quanto strettamente connaturata alla stessa essenza filosofico-esistenziale degli Stati Uniti, al modo in cui questi sono sorti e si sono evoluti nel corso degli ultimi due secoli.

Ora, dal momento che i numeri non sono opinabili, una lettura al sito internetMappin’ Police Violence” farebbe bene ai paladini dello sport a stelle e strisce e a tutti coloro che ritengono che la polizia USA uccida, in modo consapevole e selettivo, più persone nere che bianche.

Sul portale, infatti, si legge che gli afroamericani rappresentano circa il 13% della popolazione statunitense. Su tutte le persone uccise dalla polizia, però, la percentuale dei “neri” disarmati caduti sotto i colpi degli agenti è del 37%. Il che significa che il rimanente 63% delle vittime non armate della polizia non sono di colore. La maggior parte dei morti, peraltro, risulta essere di origine ispanica. Ebbene, qualcuno ha mai visto o sentito il mondo dello sport e dello star system hollywoodiano alzare le barricate per le ben più numerose morti di persone ispaniche? Evidentemente, a livello mediatico, vi sono morti di “serie A” e morti di “serie B”.

Qualcuno dovrebbe anche ricordare ai vari Kaepernick, Curry, James e compagnia cantante – letteralmente, si pensi a Stevie Wonder – che, quando il 26 dicembre 2014 il corpo di polizia di New York City voltò, letteralmente, le spalle al sindaco Bill De Blasio per le sue critiche indiscriminate alla condotta degli agenti della “Grande Mela”, fra quegli stessi agenti v’erano uomini bianchi, neri, americani di origine asiatica, ispanici e nativi-americani (i pellerossa, per intenderci). E, sempre parlando fuor di facile propaganda, in base a una ricerca condotta nel 2016 dal Prof. Gary Ridgeway dell’università della Pennsylvania, i “cops” di colore hanno il grilletto molto più facile, rispetto ai loro colleghi bianchi. Insomma, sparano e uccidono di più. E, ovviamente, questo dato non è attribuibile a un atteggiamento razzista o discriminatorio nei confronti degli afroamericani.

Per quanto riguarda il secondo, grande “capo d’imputazione” mosso contro Trump Presidente, ovvero il suo essere sessista e misogino, suscita un sorriso a metà fra il divertito e il compatito il pensare che l’America liberal e “progressista” abbia votato per due volte, in modo quasi plebiscitario, un uomo – Bill Clinton – per il quale la dignità della consorte nonché “first lady” non era, diciamo, un valore primario.

E che dire della stessa Hillary, campionessa e paladina – a parole – delle battaglie femministe e del “girl power”, la quale, per ragion di Stato e per non vedersi preclusa la possibilità di correre, in un futuro più o meno lontano, per la Casa Bianca, fu disposta ad accettare l’umiliazione inflittale dal fedifrago marito agli occhi del mondo con lo scandalo Lewinsky?

Stesso discorso dicasi per l’ormai celeberrimo muro al confine con il Messico, in relazione al quale Donald Trump è stato accostato, dai soliti “eruditi” e “ben informati” atleti e attori made in USA, a personaggi del calibro di Hitler, Pinochet o Pol Pot. Ebbene, sarebbe opportuno rammentare a Lor signori che detto muro, ancorché non completo, già esiste: la costruzione venne avviata sotto l’amministrazione di George Bush Senior e ulteriormente sviluppata dal democratico e liberal Bill Clinton (ancora lui!).

Quanto all’obiezione che il vero Presidente degli Stati Uniti dovrebbe essere Hillary Clinton in virtù del fatto che quest’ultima ha ottenuto più voti popolari, ma non quelli dei “grandi elettori”, nulla quaestio: come scritto e ripetuto in più occasioni dal Direttore di Questa rivista, con un sistema elettorale diverso Trump, probabilmente, avrebbe fatto maggiore campagna elettorale in Stati popolosi e tradizionalmente democratici come la California o New York e, magari, molti elettori repubblicani di questi Stati, che non vanno a votare perché considerano il loro voto ininfluente, si sarebbero recati alle urne. E lo stesso sarebbe valso per la candidata democratica, naturalmente.

E’ ilare e al contempo inquietante, infine, il fatto che i navigati politici liberal, con il loro esercito di media accondiscendenti e di celebrities al seguito, siano in grado di influenzare buona parte dell’opinione pubblica statunitense e mondiale sostenendo che Donald Trump sia l’incarnazione di tutto ciò che i Padri Fondatori detestavano.

Lor signori omettono di rammentare che il sistema elettorale americano fu voluto, così com’è, proprio da quei Padri Fondatori a vanvera o in malafede invocati, i quali ritenevano che il “popolino” non fosse in grado di decidere in ultima, definitiva istanza, chi dovesse essere il Presidente degli Stati Uniti.

Ah, quasi dimenticavo! Molti di loro erano “aristocratici”, latifondisti e proprietari di schiavi “di colore”. Ma non lo si dica, o rischiano la cancellazione dai libri di storia, con conseguente, inevitabile damnatio memoriae!