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‘Menschheit’ o dell’appartenenza

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C’è stato un tempo.
“Vedi, quando sei ‘nel giro’ hai dei vantaggi.
Certo, il gioco, l’azzardo portano alla rovina.
Ma appunto ‘nel giro’ si creano meccanismi di difesa che fuori non hai.
E quante volte mi è capitato allora di essere ridotto al lumicino.
Un assegno scoperto che andava all’incasso l’indomani.
Un debito obbligatoriamente da saldare…
È in quei frangenti che trovavo aiuto, sostegno.
Era il mio avversario a biliardo.
Quel tale che salutavo da lontano al casinò.
Il rivale a telesina.
Il ‘clanda’…
Era nel gruppo la soluzione.
Al limite, perfino, tra gli usurai.
Già, i prestasoldi.
Difficile farlo capire a chi stava e sta fuori.
Si trattava di ‘menschheit’.
Di quella particolare unione tra avversari che nasce intorno al tavolo verde.
Quando, stecca in mano, passando il gesso, si studia il colpo.
In sala corse o all’ippodromo.
Tirando i dadi contro il muro sul retro…
Sì trattava di appartenenza.
Ecco, di appartenenza.
Oggi, non saprei a chi rivolgermi.
Da tempo infinito fuori dal giro, a chi chiedere?”