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Il gradimento di Donald Trump

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di Stefano Graziosi
 
C’è poco da fare. I sondaggi continuano ad essere particolarmente ostici verso Donald Trump. L’ultima rilevazione, condotta da Harvard-Harris, ha registrato un gradimento del 42%: tre punti in meno, rispetto al mese scorso. Nella fattispecie, gli americani non avrebbero granché approvato la risposta del presidente all’uragano che ha recentemente flagellato Porto Rico. Il tutto, mentre in seno al Partito Repubblicano la situazione si fa sempre più incandescente: con Steve Bannon che ha attaccato frontalmente George Walker Bush, promettendo che presenterà candidati radicali in vista delle prossime elezioni di medio termine nel 2018
Il gradimento verso Trump, insomma, sembra navigare tra numeri particolarmente bassi. Gli esperti dicono che si tratti di una figura troppo divisiva: a sostegno di questa tesi starebbe il fatto che il tasso di popolarità del presidente aumenterebbe nei momenti di apertura verso i democratici. Tuttavia queste rilevazioni lasciano fondamentalmente il tempo che trovano. Come accaduto ai tempi delle elezioni novembrine, è ormai infatti chiaro che i sondaggi durino una certa fatica nel registrare l’elettorato trumpista: eccezion fatta per le frange più ideologizzate, spesso numerosi sostenitori del magnate tendono ad evitare di porsi sotto i riflettori, preferendo esprimersi nel segreto dell’urna. Vergogna, quieto vivere. Chissà. Fatto sta che affidarsi ai sondaggi per cogliere l’umore trumpista non è mai servito a nulla. Senza dimenticare, poi, che è proprio nei momenti di maggiore difficoltà che il presidente sceglie di affidarsi a grandi comizi: quasi a voler sottolineare la sua carica anti-establishment e molto pop. Che Trump abbia quindi perso l’appoggio dei suoi elettori, è tutto da dimostrare. E, anzi, è molto probabile che gli attacchi della stampa e gli scandali sessuali, che stanno mettendo a nudo l’ipocrisia di Hollywood, non facciano che rafforzarlo in termini di consenso.
E il punto è proprio questo. Tale approccio continuamente plebiscitario e bonapartista è veramente una benedizione per Trump? Posto che questa strategia lo abbia portato alla Casa Bianca, c’è infatti anche da dire che la campagna elettorale sia ormai finita. E che il presidente, per governare, deve ineluttabilmente confrontarsi con una Costituzione che ha sempre nutrito profonda diffidenza verso il plebiscitarismo. Imbevuti di filosofia classica, i padri costituenti consideravano la democrazia diretta qualcosa di ben poco auspicabile, in quanto – secondo loro – foriera di demagogia e – potenzialmente – di tirannide. Per questa ragione, introdussero una serie di dispositivi come l’elezione indiretta del presidente e il grande potere conferito al Congresso. L’idea era infatti quella di diluire un’investitura popolare che, se troppo forte, avrebbe potuto creare dei problemi.
Ecco: Trump sta scontando proprio questo fatto. Il punto è che la sua leadership bonapartista mal si sposa con l’architrave costituzionale statunitense. E le difficoltà che il presidente sta incontrando (soprattutto in parlamento) sorgono proprio da questo problema. Consenso o no, Trump dovrebbe quindi capire che la campagna elettorale è ormai finita. E, per questo, dovrebbe intraprendere delle strategie efficaci al Congresso, mediando tra le anime repubblicane e – laddove necessario – essendo magari più coraggioso nell’aprire ai democratici. Solo così potrà sperare di uscire dal pantano melmoso in cui è piombato. E da cui nessun plebiscito potrà mai tirarlo fuori.