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Del Potro

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Vinta la partita, una composta fierezza.
L’abbraccio gentile e virile al rivale sconfitto.
Quando richiesto dalle circostanze, il conforto.
Poi, il segno della Croce.
Dopo, le lunghe braccia spalancate e la faccia levata al Cielo.
Gli occhi chiusi.
Felicità serena.
Dignità.
Misura.

‘Gigante buono’ quanti nessun altro nel mondo dei ‘gesti bianchi’.
Infinite volte ferito.
Operato ai polsi.
Risorto.
Juan Martin Del Potro gioca per dare gioia.
Naturalmente.
Ed è amato per questo.

L’atmosfera.
Ecco, nelle ‘sue’ giornate, magicamente, tutti sentono, sanno che vincerà.
Il pubblico sulle tribune.
Gli spettatori a casa.
L’avversario.
Per quanto forte questi possa essere.

E il pubblico, gli spettatori, perfino il contendente, in diversa misura, partecipi, sono felici.

E ieri, nel giorno di questo 2017 dedicato a Giovanni da Capestrano, a Stoccolma, Juan Martin mi ha regalato la stessa calda emozione che provo ascoltando Claudio Arrau nelle prime note al piano del ‘Secondo Movimento’ del ‘Concerto Imperatore’, che mi danno i quadri di Edward Hopper, che mi comunicano i finali dei film di Claude Sautet…

Il cuore.
Il cuore.