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Diego Garcia

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Allora, nel tempo, a Diego Garcia ne sono successe di tutti i colori.
Verso fine Ottocento, il grande atollo ‘terra britannica d’oltremare’ posizionato in pieno Oceano Indiano, divenne meta di un qualche numero di coloni che si specializzarono, anche ma non solo, nella produzione dell’olio di cocco.
Dobbiamo a Simon Winchester la descrizione del procedimento.
Parla, il Nostro, in un breve e comunque dovizioso saggio, del forno isolano composto da due scaffalature.
“Quella in alto”, scrive, “serviva a raccogliere la polpa di centinaia di noci, quella in basso i gusci.
Bruciando i gusci la polpa cuoceva e il suo contenuto liquido – circa il cinquanta per cento del frutto – evaporava, lasciando come residuo la copra, una grassa sostanza commestibile dalla cui spremitura, in un secondo momento, si ricavava l’olio”.
Tutto bene – relativamente – fino a quando la Gran Bretagna non decide sul declinare dei Sessanta del Novecento di concedere l’utilizzo dell’isola come base militare agli Stati Uniti.
Due le ripercussioni.
La prima, incredibilmente, riguarda lo sterminio del numero spaventoso dei cani che abitavano l’atollo.
Fatto era che i subentranti militari USA li consideravano, diciamo così, indesiderabili.
Operazione complessa ma portata a compimento.
La seconda, che gli isolani tutti – non tenendosi in alcun cale i loro diritti – furono deportati (quale altra parola usare?) a Mauritius!
Infinite le diatribe conseguenti.
Ricorsi.
Sentenze contrastanti.
Come è andata a finire la inevitabile questione legale?
Pare che in merito – a seguito di una deliberazione dell’ONU – debba finalmente decidere la Corte Internazionale di Giustizia.
Resta oggi, comunque, Diego Garcia una base operativa militare americana.
E addio al locale olio di cocco.

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