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Obama again (?!)

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A proposito delle esternazioni e delle dichiarate intenzioni dell’ex inquilino di White House che non intenderebbe essere escluso dall’agone politico. I precedenti storici quanto alla eventuale azione dei predecessori del quarantaquattresimo capo dello Stato USA una volta trovatisi nella medesima situazione ‘pensionistica’.

 

Non raramente, i Presidenti degli Stati Uniti per così dire in quiescenza sono passati a miglior vita poco dopo (o relativamente poco dopo) il termine del (o dei) loro mandato (i).

Tra i più solleciti nel togliere il disturbo, ovviamente, gli otto predecessori di Donald Trump morti in corso d’esercizio del potere.

Nell’ordine, William Harrison, Zachary Taylor, Abraham Lincoln, James Garfield, William McKinley, Warren Harding, Franklin Delano Roosevelt e John Kennedy.

Per inciso, ad eccezione di Taylor, tutti vittime della cosiddetta ‘maledizione dell’anno zero’ dato che ciascuno di loro era stato eletto o confermato in un anno elettorale con finale zero.

Ancora per incidens, con l’eccezione di Andrew Johnson – subentrato a Lincoln – tutti gli altri vice arrivati mortis causa alla Casa Bianca si sono dimostrati ‘l’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto’ dando ragione – almeno da questo punto di vista – alla felice intuizione di Otto von Bismarck Schoenhausen che a suo tempo affermò che “esiste una particolare Provvidenza divina che assiste i bambini, gli ubriachi, i pazzi e gli Stati Uniti d’America”.

Ricordato che fino all’approvazione dello specifico Emendamento nel 1951, nessuna disposizione vietava una terza o quarta elezione e che fino al citato secondo Roosevelt – vittorioso in quattro circostanze – tutti si erano conformati a quanto detto da Washington nel momento nel quale, correva il 1796, rifiutava una terza nomination (“Nessun uomo può sostenere il peso conseguente all’esercizio del potere presidenziale per più di otto anni”), guardando a Barack Obama che ha chiaramente fatto intendere se non esplicitamente dichiarato che non intende starsene politicamente in panciolle, veniamo al dunque quanto alle vicende in tema più o meno lontane.

Il caso che per primo – data l’unicità – viene alla mente è quello relativo a Grover Cleveland.

Sconfitto da Benjamin Harrison nel 1888 al termine del primo mandato, ben lontano dall’idea di uscire di scena, si ripresentò nel 1892 vincendo e tornando pertanto a White House dopo un intervallo.

È in conseguenza di tale accadimento che viene conteggiato sia come ventiduesimo che come ventiquattresimo Presidente.

È altresì in conseguenza di tale eccezionalità che i Presidenti sono quarantacinque ma gli uomini che hanno ricoperto l’incarico restano quarantaquattro.

Unico – per un altro verso qui subito rappresentato – anche il caso concernente William Howard Taft che, anni dopo la sconfitta del 1912 che lo aveva allontanato dalla Presidenza, divenne ‘Chief’ della Corte Suprema esercitando l’altissimo incarico fino alla morte.

Occorre, a questo punto e prima di parlare di John Quincy Adams e di Andrew Johnson, una ulteriore precisazione.

(Per il vero, i due signori in questione operarono largamente prima dell’approvazione del citato XXII Emendamento, ma tant’è).

Orbene, nessuna disposizione impediva o impedisce a un ex Presidente di candidarsi (se non – dopo il 1951, come detto e ripetuto – alla Casa Bianca e solo se in precedenza eletto due volte), volendo, al Senato, alla Camera dei Rappresentanti, a un Governatorato, a Sindaco, a Sceriffo e via elencando.

Tornando a John Quincy Adams, questi fu attivissimo alla Camera in rappresentanza del Massachusetts per lunghi anni e fino alla dipartita appunto dopo la sua defenestrazione del 1828 ad opera di Andrew Jackson.

Quanto a Andrew Johnson, terminata l’infelice esperienza a White House, fu eletto Senatore in rappresentanza del Tennessee nel 1874 purtroppo (per lui, non si sa, visti i trascorsi, se anche per il Paese) morendo poco dopo l’insediamento del successivo anno.

Certo, altri Presidenti in pensione hanno operato quali ambasciatori di un successore in casi specifici e un paio hanno avuto incarichi determinati in circostanze particolari.

Si possono ricordare riguardo alla prima incombenza almeno Richard Nixon e Bill Clinton.

Quanto alla seconda, notevole l’impiego, dopo la Seconda Guerra Mondiale per iniziativa sia di Harry Truman che del successore Dwight Eisenhower, di Herbert Hoover.

Quanto a Jimmy Carter, ha fatto cose davvero egregie nel campo umanitario tanto da meritare (raramente accade) il Nobel per la Pace.

Tutto ciò detto, non troviamo precedenti – se non, forse, limitatamente alla opposizione di Herbert Hoover alle misure del ‘New Deal’ – che si attaglino alle intenzioni e confortino l’operato quanto alle esternazioni di Barack Obama.

È l’ex inquilino della Casa Bianca senza dubbio in una situazione partitica straordinaria.

In specie a causa, per conseguenza dei suoi due quadrienni, il Partito Democratico (si guardi alla sua consistenza nel 2008 e a quella attuale) è disintegrato e non esprime personalità di rilievo a cercarle col lanternino.

Ha buon gioco, pertanto, Obama nel proporsi come unica voce dell’asinello.

Può farlo?

Perbacco, nel deserto, di certo.

Che facendolo si dimostri discutibilmente fuori quadro dal punto di vista del fair play istituzionale è comunque evidente e incontrovertibile!

 

Varese, 2017

nel giorno dedicato a sant’Onesiforo martire

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