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Sandro Mazzinghi e Phoenix, nel 1964

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Sapete di Sandro, vero?
Mazzinghi, intendo.
Pugile straordinario.
Guerriero.
È un amico.
Da secoli, direi.
Gli ho invidiato il ring.
Gli ho invidiato i titoli.
Gli ho invidiato il Bancarella.
L’ha vinto nel ’93 e io, anni dopo, sono andato solo in finale.
Scrive anche come un Dio, quel dannato.
Ecco, oggi, forse stanco, è in libreria con una bella e intensa biografia dettata a Dario Torromeo, uno che delle dodici corde sa molto.
‘Anche i pugili piangono’, il titolo.
Leggo.
Il figlio David me l’ha mandata.
Nella dedica, Sandro dice che mi stima.
Sa bene quanto io stimi e apprezzi lui.
Ripercorro la sua vita.
Uomo dolente e intenso.
Ricco di sfumature.
Boxeur senza limiti.
E trovo una cosa strana.
Riguarda il 1964.
Felice per un istante e subito tragico, quell’anno per Sandro.
A gennaio il matrimonio.
Pochi giorni dopo, un tragico schianto in macchina e l’adorata moglie muore.
Dall’incidente esce male.
Fisicamente, come ovvio.
Moralmente, tanto da far pensare che nulla potrà essere più come prima.
Sul ring come nella vita.
Ritrovarsi?
Raccattarsi, se possibile?
Come?
Combattendo, sia pure tra mille incertezze.
Due i match che gli fanno capire che può farcela.
Che può tornare ad essere quello d’un tempo.
Charly Austin e Tony Montano – quest’ultimo a difesa del suo mondiale dei medi junior – gli sconfitti.
Austin a fatica e fra mille polemiche.
Montano, facilmente.
Beh, corre come detto il ’64 e in America i repubblicani trovano in un senatore dell’Arizona, di Phoenix, lo sfidante di Lyndon Johnson.
Si chiama Barry Goldwater e perde.
Austin e Montano di dove diavolo sono?
Di Phoenix, Arizona, perbacco.
E, l’avete visto, soccombono.
Destinati tutti alla debacle in quel 1964 quelli della Fenice!

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