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Trump licenzia Scaramucci

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di Stefano Graziosi

Donald Trump ha appena licenziato il proprio responsabile della comunicazione, Anthony Scaramucci. La decisione avviene dieci giorno dopo la sua nomina. Un elemento che mette bene in evidenza lo stato totalmente confusionale in cui versa l’amministrazione in queste settimane. Dopo rapporti complicati con il vecchio capo della comunicazione, il non esattamente esperto Sean Spicer, Trump aveva optato per Scaramucci, ex uomo di Wall Street, un tempo politicamente vicino a Jeb Bush. La nomina prometteva di scuotere alle fondamenta l’amministrazione, dopo mesi in cui la Casa Bianca era rimasta impantanata in un completo caos sul fronte della comunicazione. Una nomina che non avrebbe avuto conseguenze soltanto negli ambienti dell’ufficio stampa. E difatti il nuovo capo della comunicazione era entrato subito in rotta di collisione con il capo dello staff, Reince Priebus: i due non si erano mai granché sopportati. Ma negli ultimi giorni erano addirittura arrivati allo scontro aperto: Scaramucci aveva definito il rivale “uno schizofrenico”, accusandolo inoltre di aver segretamente rivelato alla Stampa informazioni riservate dell’amministrazione. Nervi tesi insomma, che avevano non a caso condotto Trump a licenziare Priebus per sostituirlo con il generale John Kelly: un militare con il compito di riportare disciplina in seno a un’amministrazione letteralmente impazzita. E oggi, stando a quanto riporta il New York Times, sarebbe stato proprio Kelly a chiedere la testa di Scaramucci, decretando così la fine di una carriera a dir poco fugace.
La Casa Bianca, insomma, continua a navigare in un mare in tempesta. E la situazione sembra addirittura peggiorata dopo la recente batosta rimediata dal presidente al Senato, dove la riforma sanitaria repubblicana è stata per l’ennesima volta azzoppata da un manipolo di deputati ribelli, capitanati dal vecchio John McCain. Trump, dal canto suo, è sempre più solo. Non riesce a tenere le redini del Congresso. L’establishment non si fida di lui, mentre la fronda repubblicana gli affossa le leggi e lo costringe ad assumere politiche in contraddizione col suo programma originario (si vedano le recenti sanzioni comminate alla Russia). Il tutto, mentre la sua stessa amministrazione è dilaniata da lotte intestine. Al di là dei grattacapi nello staff presidenziale infatti, anche tra gli stessi ministri il clima è tesissimo. Stando ad alcune rivelazioni di Politico, pare che il segretario di Stato, Rex Tillerson, sia sempre più ai ferri corti con il genero di Trump, Jared Kushner: si parla addirittura di riunioni infuocate, urla e parole grosse. Poi, c’è il caso Sessions: il ministro della Giustizia appare sempre più invischiato nello scandalo Russiagate e i suoi rapporti con Trump sarebbero ormai ai minimi storici (visto che il presidente da giorni non perde occasione per insultarlo su Twitter). Alcuni rumores danno inoltre il segretario alla Difesa, James Mattis, a un passo dalle dimissioni. Il tutto mentre queste beghe poco onorevoli offrono ripercussioni politiche: eh sì, perché dietro ciascuna testa si nascondono ovviamente nomi di peso del Partito. Sessions, per esempio, è sostenuto dal senatore repubblicano Lindsey Graham, acerrimo nemico di Trump che ha recentemente ventilato l’ipotesi di un impeachment. Lo stesso Priebus era considerato poi una longa manus di Paul Ryan, lo Speaker della Camera che non ha mai digerito troppo il miliardario newyorchese.
In questo marasma, si aspettano adesso le decisioni di Kelly. Un po’ balia e un po’ salvatore miracoloso, bisognerà vedere se il generale avrà effettivamente la forza di mettere ordine in questo caos. Anche perché le correnti che si stanno scannando sono più agguerrite che mai. I trumpisti della prima ora, radunati attorno a Steve Bannon, vogliono ripristinare l’ “ortodossia” tradita. La frangia liberal, guidata da Ivanka, si sente invece scavalcata e vuole battere i pugni sul tavolo (pare che la figlia non abbia per esempio granché apprezzato la decisione paterna di vietare l’ingresso dei transessuali nelle forze armate). E, in tutto questo bailamme, una domanda sorge spontanea: ma che fine ha fatto il vicepresidente, Mike Pence? Qualcuno garantisce sulla sua assoluta fedeltà al capo. Qualcun altro, più malizioso, sospetta invece che se ne stia buono dietro le quinte, in attesa che succeda qualcosa. Potrebbe, insomma, nutrire qualche ambizione. Tipo fare le scarpe al principale per prenderne il posto. Fantapolitica? Chissà…

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