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Caravelle

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Lo so, lo so, avete pensato a Cristoforo Colombo.
Ma il (il) Caravelle di cui oggi parlo era un aereo.
Tra il 1968 e il 1974 – gli anni nei quali spesso, per lavoro, facevo in giornata la spola tra Malpensa e Fiumicino – a mia memoria, l’unico aereo usato dall’Alitalia su quella rotta.
Di ideazione e costruzione francese, a reazione, aveva una elegantissima linea e una capacità massima di sessanta passeggeri.
Ricordo l’effetto che mi fece il primo volo.
Notevolissimo, dato che non ero più salito a bordo di un velivolo di una qualche portata e per un viaggio all’epoca di una certa importanza addirittura dal 1946, allorquando, imbarcato su un aereo ad elica prima ad uso militare per i paracadutisti e coi sedili collocati lungo le pareti sotto gli oblò, avevo percorso a tappe, con una lunga sosta romana, la rotta Catania/Malpensa.
Una Malpensa allora – ben lo ricordo quell’edificio – grande poco più di una cabina telefonica.
Silenzioso – lo verificai dipoi molte volte- il Caravelle, ampi i sedili, servizio a bordo comme il faut ad opera di hostess allora (non oggi, per carità) elegantissime e decisamente carine.
E si fumava.
Comodi, comodi, si fumava!
Ecco, pochi a bordo, mai obbligati a lunghe code prima dell’imbarco, ‘volare Caravelle’ era un vero godimento.
Messo in difficoltà da aerei concorrenti di differente e nuova concezione, il ‘mio’ Caravelle cominciò invero a declinare già nel 1973.
Con lui, a seguito del sanguinoso attentato di Fiumicino del dicembre dello stesso anno, declinava un intero mondo.
Volare sui DC8 o comunque su un diverso aereo.
Volare dopo file e file, controlli e controlli.
Valeva ancora la pena farlo?
No, ed è da quei lontani anni che all’aeroporto devo essere trascinato, portato di peso.
Ed è da quei lontani anni – quelli del Caravelle, ripeto – che il volo ha perso per me ogni attrattiva.
Ogni fascino!

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