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Comey contro Trump

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di Stefano Graziosi

L’ex direttore dell’FBI, James Comey, ha testimoniato in Senato sul caso Russiagate. Il suo licenziamento, decretato da Donald Trump il mese scorso, aveva scatenato una vera e propria bufera politica. Comey stava infatti dirigendo le indagini sui presunti legami tra il Cremlino e l’entourage del miliardario: un elemento che ha ricordato a molti il siluramento di Archibald Cox nel 1973, ad opera di Richard Nixon nel vano tentativo di insabbiare il montante scandalo Watergate. La testimonianza di Comey era prevedibilmente attesa, anche perché non pochi tra i nemici del presidente (tanto democratici quanto repubblicani) non hanno mai eccessivamente nascosto di accarezzare l’ipotesi di un impeachment. D’altronde, un simile livello di scontro tra il Bureau e la Casa Bianca risulta abbastanza insolito: l’unico precedente che si potrebbe citare è quello del difficile rapporto, all’inizio degli anni ’60, tra il segretario alla Giustizia, Bob Kennedy, e l’allora direttore dell’FBI, J. Edgar Hoover. Un rapporto teso che non sfociò mai tuttavia in una guerra aperta e conclamata.
E quindi, in definitiva, può effettivamente ben sperare chi auspica di mettere in stato d’accusa oggi il presidente? Per il momento, a ben vedere, non molto. Perché al di là di affermazioni decontestualizzate e dal grande impatto scenico, il contenuto dell’audizione di Comey si è rivelato in realtà piuttosto povero. E la bomba annunciata alla fine non è esplosa. Ma cerchiamo di analizzare più nel dettaglio alcuni passaggi chiave della testimonianza. Anche perché, secondo qualcuno, potrebbe replicarsi quanto accaduto a Bill Clinton nel 1998: quando fu messo in stato d’accusa per spergiuro e ostruzione alla giustizia.
E’ vero. L’ex direttore del Bureau ha accusato la Casa Bianca di mentire. Ma non in riferimento ad eventuali rapporti tra lo staff di Trump e la Russia. Comey si riferiva infatti alle accuse del presidente nei suoi confronti, in particolare in riferimento alla propria gestione dell’FBI. “Mi diceva ripetutamente di aver parlato con molte persone di me, tra cui il nostro attuale ministro della Giustizia e che aveva appreso che io stessi facendo un grande lavoro e fossi estremamente ben voluto dall’FBI. Mi sono sentito confuso quando ho visto il presidente in TV affermare che mi aveva licenziato a causa dell’indagine sulla Russia”. E sull’argomento, Comey ha chiosato: “L’amministrazione ha poi scelto di diffamare me e – cosa più importante – l’FBI, dicendo che l’organizzazione fosse guidata male. Queste sono bugie belle e buone”. In questo senso, il paragone con il caso di Bill Clinton nel 1998 non regge granché: in quel caso infatti l’accusa era di aver mentito sotto giuramento sulla sua relazione con Monica Lewinsky.
In secondo luogo, c’è poi il problema più scottante. Il siluramento di Comey è stato dovuto alla volontà di ostruire l’indagine su Russiagate? Appositamente interpellato, l’ex direttore ha replicato che nessun membro del governo gli abbia mai chiesto di interrompere la sua inchiesta, per quanto abbia comunque tenuto a specificare la presenza di una volontà tesa a dare una “direzione”. Comey ha sostanzialmente affermato che – al di là di ogni ufficialità – Trump avrebbe cercato di instaurare una relazione di tipo “clientelare” (soprattutto in relazione alla questione di Mike Flynn, il National Security Advisor, costretto a dimettersi per alcuni colloqui intrattenuti con l’ambasciatore russo). Più in generale, sotto accusa vi sarebbe il fatto che Trump avrebbe chiesto a Comey di essere leale nei propri confronti. Sicuramente si tratta di elementi inquietanti e deprecabili. Il punto è che tuttavia questo di per sé non basti a provare una concreta ostruzione alla giustizia. Presa così, la cosa potrebbe infatti limitarsi a una forma di pressione ambigua (molto probabilmente alimentata dal fatto che il direttore dell’FBI sia di nomina presidenziale, previa ratifica senatoriale).  Una situazione troppo grigia, insomma, per arrivare a conclusioni nette.
Infine, resta in piedi il nodo delle ingerenze russe. All’inizio dell’udienza, l’ex direttore del Bureau si è detto “convinto” che il voto elettorale del 2016 non sia stato “alterato” dall’hackeraggio russo. Sennonché  Comey ha comunque ribadito interferenze russe nel processo elettorale dell’anno scorso. Un’ambiguità di fondo che getta ancora più nebbia su una questione da sempre poco chiara.
Alla luce di tutto questo, è abbastanza evidente che la testimonianza di Comey non offra prove inoppugnabili tali da giustificare la richiesta di un impeachment. Certamente Trump non ne esce benissimo: ma di penalmente rilevante – almeno al momento – c’è ben poco. Anche perché – come detto – è stato lo stesso Comey a smontare il principale sospetto che aleggia sul neo presidente: cioè che abbia concretamente agito per ostacolare l’inchiesta su Russiagate. Certo: non bisogna trascurare che – storicamente – i processi di impeachment abbiano spesso delle motivazioni di natura politica. Ma non dobbiamo neppure dimenticare che attualmente entrambe le camere siano a maggioranza repubblicana. E che – per quanto molti esponenti del Grand Old Party non nutrano troppa simpatia per Trump – all’elefantino non convenga mettere in stato d’accusa un proprio presidente. Senza infine dimenticare che la procedura risulti particolarmente lunga (con la Camera che istruisce l’accusa e il Senato che giudica): ragion per cui, almeno fino alle elezioni di medio termine del 2018 è ben difficile che qualcosa possa muoversi in questa direzione.
Eppure, al di là del problema penale, il nodo politico resta tutto. Il nodo di un presidente insipiente che non ha ancora capito che da questa situazione possa uscirne soltanto politicamente. Attraverso un gesto forte, potente e ponderato. Un esempio? A metà degli anni ’80, l’amministrazione Reagan fu accusata di commerciare armi sottobanco con l’Iran khomeinista, nonostante il Congresso avesse imposto delle sanzioni a Teheran (il cosiddetto scandalo Irangate). Reagan reagì a quella gravissima (e non del tutto infondata) accusa, non sbraitando o facendo la vittima ma rilanciando vigorosamente la sua azione in politica estera: firmò nel 1987 il trattato INF con Gorbaciov e – improvvisamente – agli occhi di tutti divenne un magnifico statista. Trump invece preferisce le barricate. Restando sempre più solo. Con il risultato che, se pure si salverà dall’impeachment, sarà condannato a restare un’anatra zoppa. Proprio lui, che avrebbe dovuto rivoluzionare l’America.

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