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Le difficoltà di Trump in politica estera

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di Stefano Graziosi

Che Donald Trump stia facendo fatica a mantenere molto di quanto promesso in campagna elettorale, è sotto gli occhi di tutti.

Soprattutto attraverso la pressione esercitata dallo scandalo Russiagate, svariati dei suoi nemici (tanto all’interno del Partito Repubblicano quanto tra i rami dell’intelligence) stanno intralciando efficacemente quel processo di distensione verso Mosca che il miliardario aveva originariamente posto come caposaldo della propria politica estera.

Trump ha sempre più bisogno di smarcarsi dall’accusa di essere un burattino nelle mani di Vladimir Putin.

E sono difatti mesi che il dialogo tra Washington e il Cremlino si è fatto particolarmente teso.

Basti guardare al Medio Oriente.

Dopo mesi trascorsi a sostenere posizioni aperturiste verso Assad, Trump ha improvvisamente bombardato Damasco, prendendo così nettamente le distanze da uno dei principali alleati di Mosca sullo scacchiere mediorientale. 

Senza poi dimenticare la notoria avversione mostrata dal neo presidente verso l’accordo sul nucleare, siglato dall’amministrazione Obama con l’Iran (altro storico alleato del Cremlino): un fattore che ha ulteriormente allontanato la Casa Bianca da una possibile intesa con Mosca.

Ma il magnate non si è fermato qui: al di là di una serie di atti lì per lì considerati estemporanei, Trump ha difatti iniziato a riallacciare i rapporti con alcuni degli storici alleati mediorientali degli Stati Uniti.

In barba al suo originario isolazionismo, il magnate ha difatti concluso, il mese scorso, un accordo commerciale con l’Arabia Saudita dal valore di 110 miliardi di dollari.

Una somma non di poco conto, soprattutto se si pensi al fatto che quell’accordo riguardasse materiale bellico.

Una capriola bella e buona, visto che – fino a pochi mesi fa – il magnate tacciava puntualmente Riad di collusione con il terrorismo islamista e – nella fattispecie – di aver in qualche modo favorito l’organizzazione dell’attacco alle Torri Gemelle.

Trump sembra quindi – almeno in politica estera –  sulla strada della “normalizzazione”, avendo iniziato a perseguire una politica fondamentalmente tradizionale e molto simile a quella di un Bush o di un Clinton.

E placando, in buona sostanza, i falchi più accesi dell’establishment statunitense (tanto repubblicano quanto democratico).

Il problema tuttavia per Trump è il rischio di scatenare un nuovo caos in seno allo scacchiere mediorientale. 

Se Obama –  con la sua tattica di rinfocolare la rivalità tra Iran e sauditi – aveva infiammato la regione, non è detto che il neo presidente sarà capace di sfuggire al medesimo destino.

E i problemi li stiamo già notando in queste ore: la rottura dei rapporti diplomatici tra Riad e il Qatar potrebbe aprire le porte a guai abbastanza seri.

All’origine del dissidio vi sarebbe infatti l’ambiguità mostrata dal Qatar nei confronti di Teheran: un’ambiguità che Riad ha visto come il fumo negli occhi, determinando la reazione odierna.

Senza tuttavia dimenticare che, più in profondità, questa mossa possa spiegarsi con ragioni di altra natura: in sostanza, l’Arabia Saudita non vedrebbe di buon occhio la crescita economica del governo di Doha.

Si tratterebbe quindi di una minaccia al suo primato e la rottura delle relazioni diplomatiche scaturirebbe principalmente da questo.

In tutto ciò, non bisogna comunque dimenticare che la decisione di Riad sia guarda caso avvenuta poche settimane dopo l’accordo sugli armamenti siglato con gli Stati Uniti.

Un fatto che quindi chiama in causa – ancorché indirettamente – la stessa figura di Trump.

Eh sì.

Perché se la nuova strategia del presidente americano era quella di seguire la tradizionale politica estera statunitense in Medio Oriente, le cose ora sembrano cambiare. 

La dottrina Bush, per capirci, si fondava sulla creazione di un’intesa con il blocco sunnita in duplice funzione anti-terroristica e anti-sciita.

Con la mossa di Riad, questo blocco si è infranto.

E la stessa dicotomia tra sunniti e sciiti appare oggi astratta e inadeguata a comprendere l’effettiva natura conflittuale di uno scontro complesso e antico, che vede cause ben più profonde e pragmatiche di una – pur indubitabile – battaglia religiosa.

E le contraddizioni in cui il neo presidente può restare irretito non sono poche.
Innanzitutto, dobbiamo ricordare non soltanto che, nel 2014, gli Stati Uniti abbiano siglato un accordo sugli armamenti con Doha dal valore di 11 miliardi di dollari. 

Ma anche – e soprattutto – che attualmente il Qatar ospiti alcune importanti basi militari americane.

Se quindi la rottura tra le due petromonarchie si rivelerà effettiva e non effimera, Trump si troverà a dover scegliere con chi stare.

Una decisione che si rivelerebbe gravida di implicazioni geopolitiche, soprattutto perché, un ulteriore avvicinamento all’Arabia Saudita, comporterebbe un più marcato allontanamento da Mosca.

In secondo luogo, è abbastanza evidente che questa frattura nel fronte sunnita renderà ancor più complicata la lotta al terrore.

Già le petrolmonarchie non hanno mai brillato per eccesso di chiarezza nei loro rapporti con l’islamismo: se a questo si aggiunge poi una simile frammentazione, è chiaro che il tessuto delle alleanze regionali si farebbe ancor più sfumato e difficilmente comprensibile, soprattutto agli occhi di un presidente inesperto come Donald Trump.

Un’eventualità che finirebbe col produrre ripercussioni nella stessa politica interna americana, minando alla base quella svolta securitaria sulla cui spinta il magnate è stato in parte eletto lo scorso novembre.

Un corto circuito pericoloso, da cui Trump deve guardarsi bene.

Mandando in soffitta, forse per sempre, l’utopia dell’America first.

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