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Perché Trump si è sfilato dagli accordi di Parigi

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di Stefano Graziosi

Donald Trump si è ufficialmente sfilato dall’accordo di Parigi sul clima. Si tratta di una notizia non certo inattesa: non soltanto perché alcuni rumores erano trapelati negli ultimi giorni ma anche perché il presidente aveva annunciato una simile decisione già ai tempi della campagna elettorale. E, a ben vedere, si tratta forse di uno dei pochi punti programmatici di Trump che si sposi quasi pienamente con la tradizione del Partito Repubblicano. Già George W. Bush, ad esempio, aveva abbandonato il Protocollo di Kyoto all’inizio della sua amministrazione: un accordo che era stato sottoscritto da Bill Clinton poco tempo prima. Più in generale poi la questione climatica ha da sempre rappresentato un elemento di polemica per la destra americana: basti pensare che, nel corso delle ultime primarie repubblicane, diversi candidati legati all’ultraconservatorismo fossero profondamente scettici verso la teoria del cambiamento climatico e del tutto contrari alle limitazioni sulle emissioni volute dall’amministrazione Obama.
Nonostante questa convergenza, sono le motivazioni ad essere differenti. I conservatori tradizionali criticavano le regolamentazioni sul clima in nome dell’indipendenza energetica: la loro prospettiva era principalmente quindi quella della sicurezza nazionale. Trump, al contrario, ha sempre legato la sua critica all’accordo di Parigi ai pilastri della propria visione economica: il magnate ha sempre fatto del protezionismo uno dei propri cavalli di battaglia. Protezionismo legato alla difesa dell’industria tradizionale (soprattutto automobilistica). E’ stato d’altronde grazie al voto degli operai della Rust Belt che il magnate è riuscito a conquistare la Casa Bianca, a novembre scorso. In questo senso, Trump ha esplicitamente affermato che, per gli Stati Uniti, quest’accordo risultasse profondamente svantaggioso. Non soltanto in termini di PIL ma anche per quell’industria tradizionale che rappresenta, in un certo senso, un polo d’attrattiva per lo zoccolo duro del suo elettorato. Senza poi trascurare le frecciate neppur tanto velate a competitor internazionali come la Cina.
Anche per questo, non si tratta di una decisione inattesa. Ed è abbastanza evidente che, con questa mossa, Trump stia cercando di unire sotto un vessillo comune tanto la propria base quanto il Partito Repubblicano. Una sorta di reazione, se vogliamo, all’assedio quotidiano a cui il presidente è costantemente sottoposto a causa dello scandalo Russiagate. Il problema sarà adesso vedere se Trump sia in grado di portare avanti questa linea programmatica coerentemente. In altre parole, il presidente sarà davvero capace di incentrare la propria politica economica su protezionismo e industria tradizionale? Se il rifiuto dell’accordo di Parigi sembra effettivamente andare in questa direzione, alcuni dubbi si stagliano tuttavia all’orizzonte.
Innanzitutto, Trump ha dichiarato non tanto di voler stracciare l’accordo quanto di volerlo rinegoziare: il punto è che non abbia granché chiarito però che cosa intenda per rinegoziazione. In secondo luogo, non dobbiamo trascurare che questa decisione abbia scatenato una faida all’interno dell’amministrazione, tra l’area trumpista (guidata da Steve Bannon) e quella moderata (capeggiata da Ivanka). Più in generale, poi, troviamo un problema di natura strutturale. Soprattutto a causa della pressione del Russiagate, negli ultimi mesi Trump ha radicalmente cambiato la propria politica estera, passando da istanze isolazioniste e filo-russe, ad atti tendenzialmente interventisti e non esattamente amichevoli verso Mosca (si veda il bombardamento statunitense in Siria o l’apertura all’Arabia Saudita). E il problema è proprio questo: la coerenza del “vecchio” Trump risiedeva nella connessione tra isolazionismo in politica estera e protezionismo in materia economica. Oggi, il “nuovo” Trump sembra invece voler mettere assieme una dottrina interventista sulle questioni estere con un protezionismo economico piuttosto rigido: un paradosso evidente, che non può durare a lungo. Non sarà del resto un caso che – a partire dal secondo dopoguerra – la strategia statunitense abbia costantemente vincolato un vigoroso interventismo politico e militare con l’espansione del libero mercato. In questo senso, Trump si trova oggi davanti a una scelta. La sua politica ambientale sembra darci una risposta. Parziale, però. E il rischio di restare in mezzo al guado resta intanto dietro l’angolo.

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