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Trump come Nixon?

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di Stefano Graziosi

Il siluramento del direttore del FBI, James Comey, da parte di Donald Trump ha scatenato una polemica durissima. I democratici sono subito andati all’attacco, accusando il presidente di voler insabbiare l’inchiesta sul caso Russiagate. Il capo del Bureau stava infatti conducendo un’indagine sui presunti legami tra la campagna elettorale di Trump e Vladimir Putin: una spina nel fianco del miliardario, che continua a perseguitarlo ormai da mesi. Ma anche dalle parti del Partito Repubblicano non sono tutti sorrisi: se le alte sfere dell’elefantino tradiscono evidente imbarazzo, non pochi frondisti hanno invece apertamente dissotterrato l’ascia di guerra. In particolare, il senatore John McCain ha criticato aspramente il siluramento, adombrando l’ipotesi che il presidente abbia qualcosa da nascondere. E, in tutta questa polemica, la memoria dei critici è corsa subito a una data ben precisa, quella del 20 ottobre 1973: il “Massacro di sabato notte”. Il riferimento è a quando Richard Nixon licenziò Archibald Cox, che conduceva in quel periodo le indagini sullo scandalo Watergate: lo scandalo che, pochi mesi dopo, avrebbe portato il presidente a dimettersi, appena prima che la Camera decidesse di istruire un processo di impeachment nei suoi confronti. Il parallelo è ovvio, scontato, quasi banale. E non bisogna d’altronde dimenticare che non sia certo la prima volta che Trump venga paragonato a Nixon. Soprattutto dai suoi avversari.

Eh sì, perché una cosa è certa: il popolo americano non si è mai del tutto riconciliato con la controversa figura di Richard Nixon, considerandolo – ancora oggi – un incidente di percorso in seno alla Storia statunitense. Non dobbiamo infatti dimenticare che – storicamente – la politica americana sorga impregnata di un profondo accento morale. Dai tempi di Thomas Paine, gli americani sono sempre stati convinti di essere la “nazione eccezionale”, posta al di là della necessità storica e della stessa politica di potenza di matrice europea. Una politica di potenza da loro giudicata amorale, ambigua e machiavellica. Sporca, in una parola e – quindi – fondamentalmente inaccettabile. Una politica che il popolo statunitense accettò proprio con Nixon soltanto quando si ritrovò sprofondato nel pantano del Vietnam ma che dimenticò subito dopo, voltandole le spalle e preferendole le icone “morali” alla Carter e alla Reagan. Nixon, insomma, ha finito col rappresentare una sorta di cattiva coscienza, che il popolo americano continua ad additare quasi a trattarsi di un capro espiatorio. In questo senso, non è difficile comprendere la ragione per cui Trump venga talvolta associato dai suoi nemici a questa figura losca e un po’ furfantesca, il cui urlo disperato “I’m not a crook” continua a riecheggiare nelle sdegnate orecchie degli americani.

Il problema, tuttavia, è che – come spesso accade le cose sono più complicate di quanto sembri. E voler ridurre Nixon al Watergate appare non dico ingeneroso ma quantomeno semplicistico. Certamente Nixon non fu uno stinco di santo: aveva un carattere ombroso, vendicativo, vagamente paranoico. Amava il gioco maschio, meglio se si faceva sporco. Nel 1972, infiltrò i suoi uomini nel processo delle primarie democratiche per favorire la vittoria di George McGovern: avversario che avrebbe infatti facilmente battuto nel novembre di quell’anno. Le sue responsabilità sul Watergate, poi, sono fuori discussione, così come – più in generale –  il suo abuso di potere. Senza poi dimenticare le sue responsabilità in Cile e in Cambogia. Eppure Nixon non fu soltanto questo. Tanto sotto il lato politico che umano. Nixon fu colui che avviò un processo di distensione internazionale, aprendo alla Cina di Mao e alla Russia di Breznev. Fu colui che – al netto di molte controversie e punti oscuri – tirò fuori gli Stati Uniti dalla fossa del Vietnam. Non era bello, non era simpatico. A differenza di qualche sgargiante figura iconica di quegli anni non era nato da una famiglia ricca, non era fotogenico e non poteva permettersi una presenza gradevole in televisione. Era un quacchero ostinato, con il grugno da mastino, che si era fatto da solo, scalando il Partito Repubblicano con le unghie e con i denti. E, nonostante fosse un rancoroso, non amava circondarsi di yes men. Subito dopo aver conquistato la nomination repubblicana nel 1968, chiese ad Henry Kissinger di entrare a far parte della sua amministrazione: quello stesso Kissinger che, fino a pochi giorni prima, aveva pubblicamente affermato che Nixon non fosse adatto a fare il presidente e che aveva infatti sostenuto la candidatura di Nelson Rockfeller.

Come racconta lo stesso Kissinger, si trovava a disagio con l’alta società, aveva una preparazione molto accurata sugli esteri e un’esperienza che gli veniva dagli otto anni come vicepresidente di Dweight Eisenhower. Non era un miliardario alle prese con la ribalta patinata newyorchese, non aveva una retorica roboante. Nutriva indubbiamente dei tratti populisti, ma non era un idolatra del liberismo sfrenato e, del resto, i reaganiani non persero tempo, negli anni ’80, a silurarne gli uomini più fidati: dallo stesso Kissinger a Gerald Ford. Al di là delle sue colpe oggettive, Nixon apparteneva a quella categoria di uomini che non piacciono. Non piacciono perché sono schivi. Non piacciono perché sono sgradevoli. Non piacciono perché  – al netto di tutti i loro difetti – forse sono troppo profondi. Nixon è stata, a suo modo, una figura tragica. Il problema non è una sua riabilitazione (cosa, tra l’altro, già avvenuta nell’establishment politico americano). Ma è la comprensione di una figura complessa, ambigua e contraddittoria, chiamata a governare una nazione in fiamme. Una nazione molto simile a quella che è l’America odierna. Nixon non era un istrione. Non era un inguaribile ottimista. Guardava la politica americana attraverso lenti europee. Con gli occhi di un Metternich o di un Richelieu. Credeva che il destino fosse un fato ineluttabile e che bisognasse concentrarsi nella risoluzione paziente di problemi enormi e talvolta mostruosi. Con studio, energia, preparazione, razionalità. E poi qualcuno si stupisce ancora che in televisione non sfondasse. Che fosse l’esatto opposto di un animale da palcoscenico.

Donald Trump è allora il nuovo Nixon? Forse. Non fu d’altronde Marx a dire che la storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia e la seconda come farsa? 

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