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29 aprile 2017. Cento giorni di Trump

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‘Cento giorni’
È solo dal 1935, da quando Huey Long scrisse e propose il suo ‘I miei primi cento giorni alla Casa Bianca’, che questo tormentone ci perseguita.
Long, fluviale, inarrestabile demagogo, già governatore della natia Louisiana, all’epoca influente senatore – deluso dai primi anni di governo di Franklin Delano Roosevelt che pure aveva ardentemente sostenuto nel 1932 nelle primarie, nella convention democratica e nella vittoriosa campagna contro il repubblicano Herbert Hoover – puntando in vista del 1936 a White House e pertanto a defenestrare il presidente del ‘New Deal’, in relativamente poche pagine nel lavoro suddetto aveva voluto indicare i suoi intenti e illustrare il programma al quale si sarebbe attenuto nell’immediato una volta immancabilmente arrivato sul ponte di comando.
Per il vero, non è che le cose siano andate nel prosieguo bene per lui visto che di li a poco, a Baton Rouge, cadde sotto i mortali colpi di pistola di un attentatore.
Fatto è, comunque, che da allora i candidati alla Casa Bianca parlano di quanto faranno appunto nei primi cento giorni di governo se eletti.
Che i media chiedono loro di esprimersi ed esporsi al riguardo.
Che alla scadenza di questo oramai classicamente definito periodo tutti gli osservatori si avventurano in giudizi in verità obbligatoriamente affrettati.
Il presidente Donald Trump – insediato il 20 gennaio scorso – arriva oggi 29 aprile al fatidico traguardo.
Dovessi, richiesto, necessariamente dare una mia (affrettata) valutazione, guardando all’operato del tycoon nuovaiorchese, concentrerei il tutto in una sola parola: confusione.
Una compagine governativa non omogenea, con ministri e consiglieri spesso e volentieri posizionati l’uno contro l’altro su temi di notevole conto, non su quisquilie, e questo sia nelle questioni di politica interna che in quelle di politica estera.
Ordini esecutivi scritti male, in modo da consentire facilmente ricorsi alle autorità giudiziarie competenti.
Una eccessiva enfasi – dettata dalla necessità di distogliere l’attenzione dalle difficoltà incontrate – una eccessiva enfatizzazione delle crisi internazionali, Corea del Nord in testa.
Non pochi problemi quanto ai rapporti con i due rami del Congresso teoricamente vicini.
Di più, in numerosi campi un cospicuo allontanamento dagli impegni presi in campagna elettorale.
Dilettanti allo sbaraglio Trump e i suoi?
Trascorsi due mandati in balia dei dilettanti obamiani, ce ne toccano almeno quattro altrettali?
Pare di sì.

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