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Donald Trump: la Quarta Rivoluzione Americana?

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Guardando all’esito delle elezioni 2008 per la Casa Bianca, ho più volte scritto e sostenuto che la vittoria di Barack Obama nella circostanza doveva essere ritenuta e definita come “la Terza Rivoluzione Americana”.
La Prima essendo quella che ha portato all’indipendenza le tredici ex colonie e alla nascita degli Stati Uniti, da tutti indicata come tale.
La Seconda, a mio giudizio, risultando quella datata 1828 e concretizzatasi il 4 marzo 1829 allorquando la vecchia aristocrazia agraria che aveva creato il Paese – rappresentata nella circostanza da John Quincy Adams – era stata prima definitivamente sconfitta dalla emergente borghesia e poi costretta a lasciare la Presidenza all’uomo del popolo che la conquistava: il generale Andrew Jackson.
Terza, opinabile, la Rivoluzione in qualche modo ‘incarnata’ in Obama, perché proponeva (apparentemente?) un ulteriore rivolgimento conseguente al declino della lunga preminenza degli wasp (white, anglo-saxon, protestant) duri e puri e al predominio elettorale di quel coacervo melmoso costituito in particolare dalle emergenti e in prospettiva dominanti etnie e dai liberal.
È a fronte della a dir poco davvero inattesa vittoria di Donald Trump nel 2016 che nascono in merito i dubbi e i problemi.
Molte le conseguenti domande.
Le prime sono:
È la Terza Rivoluzione – se nata – già finita?
Siamo solo e semplicemente invece di fronte all’ultima, disperata sortita vittoriosa dalla trincea, nella quale saranno poi costretti a ripiegare, dei futuri perdenti?
Insomma, i democratici, volti sempre più al socialismo, sono comunque destinati – fra poco, non da subito come si credeva – a governare lungamente costringendo i repubblicani a un duraturo declino, alla marginalità?
E, soprattutto e decisiva, davvero con Trump è tornato al governo del Paese il Partito Repubblicano così come da decenni lo conosciamo e consideriamo?
(Va qui precisato che il riferimento non è e non può essere alla falsissima rappresentazione che dei democratici e dei repubblicani USA forniscono gli ignorantissimi e faziosi media).
Ora, possiamo con sincerità sostenere che il Partito dell’Elefante sia rappresentato da Donald Trump o che il nuovo Presidente si ritenga e sia un vero GOP?
La risposta è no.
In primo luogo perché tale The Donald – un ‘maverick’ e cioè un vitello non marchiato – non è, se non fugacemente, stato.
Tentato da movimenti minori quali il Reform Party, il Nostro è lungamente risultato iscritto alle liste elettorali come democratico.
Poi, lo stesso GOP lo ha avversato durante la campagna elettorale in ogni possibile modo cercando di sconfiggerlo e ideologicamente rifiutando questo ‘oggetto estraneo’.
Infine e determinante, nel corso di Caucus e Primarie così come nelle votazioni dell’8 novembre, per lui si sono espressi certamente non pochi repubblicani ma altrettanto certamente un numero notevole e determinante di elettori per così dire non accasati o da tempo lontani perché delusi, convinti dalle idee proposte, dalle promesse fatte, dal ‘momento’, ben al di là di una vera appartenenza politica.
È, allora, il movimento in qualche modo creato, messo insieme dal quarantacinquesimo Capo dello Stato americano una duratura novità?
E, nel caso, se non finisse a breve nel nulla, quali le prospettive?
La risposta è difficile anche perché Donald Trump – per quanto dotato di un fiuto e di un carisma certamente non da poco – non ha e non può avere la stazza del fondatore di partiti.
La qual cosa non impedirebbe di certo ad altri di maggior peso al momento non identificabili di raccogliere testimone e sfida.
Nell’ipotesi, la concretizzazione della Quarta Rivoluzione Americana consisterebbe nella nascita di un nuovo partito politico.
È proprio da vicende elettorali particolari che a suo tempo nacque, per fare un nome, il Partito Democratico.
Vedremo.