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Michael Flynn lacia e Trump che fa?

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Il National Security Advisor, Michael Flynn, si è dimesso oggi. Si tratta del primo vero ostacolo dell’amministrazione Trump. Una crisi non di poco conto, soprattutto alla luce di un periodo non certo tranquillo, in quanto segnato da uno scontro diretto tra il neopresidente e la magistratura. Ma che cosa sarebbe successo esattamente? E’ presto detto. Il National Security Advisor avrebbe intrattenuto trattative segrete con l’ambasciatore russo sul delicatissimo tema delle sanzioni contro il Cremlino. Per questo, il Dipartimento di Giustizia lo ha definito ricattabile da parte dei russi. E i democratici chiedono già un’inchiesta al Congresso. Il fatto è certamente grave. Ma al di là del solo dato tecnico, l’uscita di scena di Flynn appare carica di un significato profondamente politico.

 

Non soltanto infatti storicamente il ruolo di National Security Advisor riveste un’importanza di primo piano nei governi statunitensi (basti pensare che ricoprirono questa carica sia Henry Kissinger sia Condoleezza Rice prima di diventare segretari di Stato). Ma, più nello specifico, l’abbandono di Flynn ridisegna fortemente gli equilibri interni alla neonata amministrazione. Il generale è difatti sempre stato tra i più accaniti sostenitori del disgelo verso il Cremlino: un punto notoriamente centrale del programma di Trump. E adesso, il suo ritiro mette seriamente in difficoltà l’ala filo-russa dell’amministrazione, principalmente incarnata dal segretario di Stato, Rex Tillerson. Anche perché se – come sembra – sarà il generale David Petraeus a sostituire Flynn, è abbastanza probabile che gli equilibri possano spostarsi decisamente in chiave anti-russa: fu proprio Petraeus che nel settembre del 2015 tacciò Obama di arrendevolezza verso Mosca, sostenendo che Putin avesse intenzione di rifondare addirittura l’impero russo. In questo senso, va rafforzandosi la posizione del segretario alla Difesa James Mattis e del direttore della CIA, Mike Pompeo: figure da sempre guardinghe verso il Cremlino e non propriamente tendenti al disgelo col nemico storico. E anche al Congresso, i falchi anti-russi brindano: il senatore John McCain, da sempre avverso a Putin e decisamente lontano dal neopresidente, ha salutato con sostanziale approvazione l’uscita di scena di Flynn.

 

Trump in questo modo si indebolisce. Sul fronte della politica estera, perché la sua battaglia per la distensione con Mosca diventa adesso più complicata. E sul fronte interno, perché gli avversari possono nuovamente sottolineare i problemi di un’amministrazione caotica, incerta e confusionaria, al netto dello sbandierato decisionismo. A un mese dall’insediamento, il neopresidente si ritrova sotto assedio. Nonostante l’iperattivismo, Trump è partito male. Molto male. E il caso Flynn rischia di pesare sull’amministrazione nei mesi a venire. Il neopresidente ha bisogno di uno scatto. Non repentino, furioso, machista. Ma ponderato e razionale, al di là di ogni narcisismo e improvvisazione. La campagna elettorale è finita. E adesso Trump deve dimostrare di saper governare. Deve, cioè, dimostrare di essere uno statista. E non l’ennesimo parolaio.

 
 Stefano Graziosi

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