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Mauro della Porta Raffo e l’America

Nessun commento Varie ed eventuali

di Gian Antonio Stella

 

“Con un ultimo slancio attraversò il ponte levatoio del bastione d’occidente e si gettò in aperta campagna, non badando a passare attraverso a splendidi campi di jorwar, che producono una specie d’orzo assai apprezzato dagli indiani.

Essendo l’elefante del maharajah, aveva diritto di passare dovunque, e ne approfittava per trovarsi i buoni passaggi, con grande disperazione dei contadini che lo guardavano da lontano, senza osare però di protestare.

Cantavano le grosse cicale, cantavano i grilli, ed i cani selvaggi urlavano in lontananza, in caccia forse di qualche disgraziato nilgò, un bellissimo antilope…”

Era assolutamente perfetta, la campagna descritta da Emilio Salgari nel ‘Bramino dell’Assam’.

E perfetti erano gli uccelli nel cielo: “Marabù, corvi, arghilah, nibbi, bozzagri e grosse bande di cicogne volteggiavano…”

Che importa dunque se lo scrittore veronese non vide mai quella valle indiana del Brahmaputra e anzi non andò mai più lontano di Torino, Genova o Spalato?

Anche Mauro della Porta Raffo non è mai stato in America.

Mai.

Eppure conosce la storia, la geografia, la politica americana molto meglio della stragrande maggioranza degli americani.

Così come lo scrittore statunitense Martin Cruz Smith, che descrisse in ogni dettaglio il laghetto ghiacciato del Gorkij Park, dove è ambientato l’omonimo e celeberrimo romanzo (dal quale sarebbe stato tratto il film con William Hurt e Lee Marvin) senza mai essere stato a Mosca.

Anzi, sull’America e gli americani, nonostante non parli l’inglese e lo legga “con fatica”, ha scritto almeno una decina di libri ‘corposi’.

Si pensi che ‘Usa 1776/2016. Dalla dichiarazione di indipendenza alla campagna elettorale del 2016’ accumula da solo, in due volumi, ottocentocinquantasei più cinquecentoottantotto pagine per un totale di mille quattrocentoquarantaquattro.

E che l’ultima fatica, dedicata alla campagna elettorale del 2016 dalla candidatura alle primarie di Ted Cruz fino all’elezione di Donald Trump, ne mette insieme duemilaquattrocento.

Una marea di nomi, citazioni, curiosità, annotazioni.

Con ogni probabilità senza sbavature: dopo anni e anni passati a far le pulci agli errori altrui (resta nel suo piccolo leggendaria la punzecchiatura a un giornale in cui precisava che l’Isola Ferdinandea non fu scoperta da un ammiraglio ma da un capitano e non era sott’acqua da centosettanta anni ma da meno dato che era parzialmente ricomparsa nel 1863) non potrebbe mai permettersi di incorrere in uno strafalcione.

Lo vivrebbe infatti come un disonore arrivando a soffrirne quanto il mitico François Vatel, il cuoco di Luigi II di Borbone, principe di Condé, al castello di Chantilly.

Che per la vergogna di non essere riuscito a procurarsi per una cena di gala tutto il pesce fresco nella quantità e nella varietà necessarie, si trafisse con tre colpi di pugnale.

Ed ecco dunque un profluvio di citazioni irresistibili (una per tutti, di Otto von Bismarck: “Esiste una particolare Provvidenza divina nei confronti dei matti, dei bambini, degli ubriachi e degli Stati Uniti d’America”) e dettagli sconosciuti spesso agli studiosi più pignoli.

Ad esempio l’odio che divideva Andrew Jackson e il suo avversario John Quincy Adams, odio che spinse i due, dopo le presidenziali del 1828, a infischiarsene di ogni cortesia diplomatica: “Gli umori erano talmente eccitati che il nuovo presidente eletto, al suo arrivo a Washington, si rifiutò di rendere la consueta visita di dovere al presidente uscente e Adams non volle recarsi al Campidoglio in carrozza con il suo successore”.

Un altro esempio?

Lo spazio dedicato nei suoi libri a Mark Alonzo Hanna, industriale, lobbista, politico protagonista della vittoria del repubblicano William McKinley contro William Jennings Bryan nelle presidenziali del 1896: “Hanna raccolse un totale di tremilioni e mezzo di dollari a sostegno di McKinley.

All’epoca, era ritenuto del tutto impossibile perfino avvicinarsi a una tale, cospicua cifra.

Nel corso della sfida, mobilitò millequattrocento persone per distribuire fiumi di pamphlet, manifestini, poster e organizzare comizi volanti.

Fu certamente la campagna più dispendiosa mai fatta con un rapporto di spesa di dodici contro uno nei confronti dell’avversario.

A parte la pubblicità per la prima volta estesa a tutta la nazione, da sottolineare l’uso strategico da parte di Hanna della stampa e soprattutto la stesura dei discorsi del candidato”.

E via così, di dettaglio in dettaglio, una carrellata enciclopedica per centinaia di pagine.

Senza mai avvertire la voglia di visitare gli States.

“Viaggiare? Puah!”, potrebbe dire nella scia di Filippo Tommaso Marinetti.

Una sola eccezione, racconta da sempre, farebbe un giorno volentieri: “Sarei curioso di visitare Omaha, nel Nebraska, alla confluenza del Platte River nel Missouri”.

Per carità, non che ci sia molto da vedere.

Qualche grattacielo, un po’ di parchi e il celebre ‘Ritratto d’uomo con falcone’ dipinto da Tiziano nel 1525 e finito chissà come nel Joslyn Art Museum cittadino.

Sarebbe però curioso di avventurarsi nel mistero di una città che ha più o meno gli abitanti di Bologna ma ha dato i natali a presidenti americani come Gerald Ford, miliardari come Warren Buffett, leader politici come Malcom X, attori come Marlon Brando, Montgomery Clift, Nick Nolte, Fred Astaire, Ray Baker, gruppi musicali come i Bright Eyes e poi grandi tennisti come Andy Roddick, grandi pugili come Tommy Morrison o Max Baer, registi come Alexander Payne e così via.

Curiosità: “Come è possibile che vengano tutti da lì?”

Che aria si respira, ad Omaha?

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