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Le lettere di Ugo Igino Tarchetti a Carlotta Ponti: scene di vita varesina post unitaria

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Lunedì 21 novembre, ore 18.00

Sala Matrimoni di Palazzo Estense

(ingresso libero)

Le lettere di Ugo Igino Tarchetti a Carlotta Ponti:

scene di vita varesina post unitaria

relatore: Bruno Belli

a cura di Mauro della Porta Raffo

 

«Abito attualmente nella casa ‘angolo a destra sulla Piazza San Martino, voltando per andare a Casa Speroni n. 72 al terzo piano», così Igino Ugo Tarhetti, tra i più rappresentativi autori della Scapigliatura milanese, in una lettera del 1864 alla ventiduenne Carlotta Ponti, varesina, quando il giovane si trovava nella città di Varese, come addetto al Commissariato militare, tra il 1863 ed il 1865.

Di là della vicenda amorosa, narrata dalle 71 missive pervenuteci, interessante, comunque, per capire la figura del più versatile autore scapigliato vissuto tra il 1839 ed il 1869, le lettere del “giuntàa” (l’uomo in due pezzi, così chiamato, per l’alta statura, dal padre di Carlotta), accennano a scorci di vita varesina, alla società che vi abitava, poco amata, in realtà, dal Tarchetti che rammentava all’amata, ad esempio, «non sai che in questo maledetto paese tutto si sa e tutto si ingrandisce?» (X), a luoghi oggi mutati, ma ancora rintracciabili (il Teatro Sociale, Masnago, il Belvedere verso Bobbiate), persone appartenenti alla “nuova società” borghese che aveva preso il sopravvento dopo l’Unità d’Italia (la cognata del Prefetto, Madamoiselle Calcagno, ecc.), il ritmo della giornata tra «lezioni di inglese…al caffè, a passeggiare per la campagna» (XXV), soste al Cimitero di Giubiano, letture ed articoli scritti per i giornali.

Insomma, seguendo l’osteggiata vicenda amorosa di Igino e di Carlotta, vicenda che ispirò alcune delle sue poesie raccolte postume in Disjecta, e tratti del suo capolavoro Una nobile follia (romanzo antimilitarista d’eccellenza), Varese è lo sfondo con la sua vita di tranquilla cittadina di provincia, con i personaggi molto simili a quelli di oggi in bilico tra la volontà di affrancarsi dal provincialismo e la ricaduta perenne nello stesso, una città che Tarchetti sembra amare e respingere al tempo stesso, per la sua superiore inquietudine, e che, infine, abbandona, quando la stessa Carlotta sembrerà rientrare nei ranghi di quella stessa «buona borghesia onesta» amabilmente dileggiata dallo spirito del Gozzano. (B.B.)

 

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