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Arthur Ashe

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Si gioca a Flushing Meadows in questi giorni.

Si gioca l’Open di tennis degli Stati Uniti, quarta prova del Grande Slam.

Flushing ospita il torneo da non poi molto tempo e ricordo bene quando, dovendo battezzare i campi, si discuteva sul nome da dare al ‘centrale’, per chi non lo sapesse il campo piu’ importante dove, per dire, si giocano tutte le finali.

Detti il mio piccolo contributo scrivendo -insieme a mille altri ed avendo ragione – che il nome giusto era quello di Arthur Ashe.

Gentiluomo oltre che grande tennista (vincitore di tre Slam in singolo e due in doppio nonche’ della Coppa Davis), uomo di cultura sempre disponibile per ogni causa filantropica, Arthur e’ stato uno dei neri americani cui tutti si dovrebbero inchinare.

Al di la’ di ogni retorica, anche non riandando con l memoria alla sua tragica dipartita, con il magnifico Malcolm X, con la straordinaria Condoleezza Rice e’ tra i neri USA di particolare spessore in campi lontani da quelli abitualmente calcati con successo dello spettacolo e dello sport (Ashe era infinitamente di piu’ di un tennista).

E avevo un motivo personale, legato alle scommesse, per volerlo celebrare.

Correva il 1975 e un giovane tennista dominava il campo: Jimmy Connors.

A Wimbledon era arrivato in finale passeggiando.

Contro di lui il ‘vecchio’ – tennisticamente parlando – Arthur.

Tutti, bookmaker in testa, ritenevano che Jimbo avrebbe sbranato il rivale e davano Ashe anche sette a uno.

Giocai forte su di lui e vinsi un bel gruzzolo.

Il tennis – come, incredibilmente, anche se non sempre, la boxe – e’ uno sport nel quale se il divario tecnico non e’ troppo grande vince il piu’ intelligente.

Non me ne voglia Connors se anche adesso lo ribadisco: Arthur era troppo intelligente per perderla quella partita!

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