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Il nuovo italian businness? L’accoglienza immigrati

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di Rino Cammilleri | 19-07-2016

L’imam somalo che progettava di fare il kamikaze alla Stazione Termini lo abbiamo visto, al tiggì, nella “sua stanza” che passava le ore su internet wi-fi e gratuito a guardare i filmati daesh. La sua posizione di fondamentalista islamico gli impediva di fumare, sennò le sigarette gliele avrebbe passate gratis l’”accoglienza”, quella stessa che fa pagare a me diecimila lire un pacchetto e mi multa salato se butto la cicca per strada.

I leghisti mostrano la foto di un vecchietto italiano che fruga nelcassonetto attorniato da “profughi” nullafacenti che lo guardano compatendolo. Ma miglior foto è quella del villaggio “Happy Family” di Campomarino Lido, (cito) «un’elegante struttura turistica con piscina» diventata «centro di accoglienza» per richiedenti asilo e che oggi ospita circa 200 migranti. Tra cui il nostro imam che intendeva farsi esplodere a Roma.

Uno potrebbe chiedersi: com’è che «un’elegante struttura turistica con piscina» decide poi ditrasformarsi in un albergo a una stella che, dati gli ospiti, richiederà, alla fine di tutto (se e quando tutto finirà) una ristrutturazione ab imis? La risposta è semplice: chi glielo fa fare, a un albergatore, di stare ad aspettare che la clientela si decida a scegliere il suo albergo? Dover fare i conti con le alte e basse stagioni, svenarsi in pubblicità, competere con la concorrenza? Basta riciclarsi nel nuovo trend tutto italiano et voilà: trentacinque euri quotidiani a chiorba di ospite, per sfamare il quale ne bastano cinque. Paga Pantalone.

Un mio amico imprenditore siciliano mi ha raccontato quanto segue: aveva acquistato anni fa, per(farlocco) investimento, un immobile molto ampio che nessuno voleva, e nessuno ha continuato a volerlo fino a poco tempo fa. Non avendone necessità, lo teneva lì dov’era, senza impiego (anche perché non avrebbe saputo come impiegarlo). Ora, qualcuno, in confidenza, gli ha detto: ma perché non ci fai un  “centro di accoglienza»”? Ci cavi un sacco di soldi e ci sistemi anche, a stipendio, tuo zio, tuo cognato, tua nipote e altri disoccupati siculi. Lui, che è già benestante, ha fatto spallucce. Per ora. Ma la tentazione è forte.

L’aneddoto è esemplare e potete benissimo moltiplicarlo da soli. Se ne sono accorti anche i famosicentri sociali, che in più luoghi si stanno buttando sull’italian business del terzo millennio. Allo studioso di storia, qual io sono, viene in mente quel che accadde al tempo dei giacobini, anticipati da Enrico VIII in Inghilterra: espropriarono i beni della Chiesa (alla quale erano stati donati dal popolo) e, per far cassa, li (s)vendettero a quelli che avevano disponibilità economica immediata. Si accorsero poi che, così facendo, si erano guadagnati i migliori sostenitori possibili del loro regime, gente che, da quel momento, avrebbe combattuto la loro battaglia anche dopo la loro dipartita.

Oggi, in Italia, il regime catto-comunista sta facendo la stessa cosa, identica. Mi si obietterà che quida noi non c’è alcuna espropriazione di beni del popolo. No? E con i soldi di chi vien fatta l’accoglienza? C’è parecchia gente che si sta facendo la classica barba d’oro, e tanta altra che ha risolto il suo problema occupazionale. E poi dicono che gli italiani sono fessi. No, siamo tutti, nel nostro piccolo, dei Re Sole: après moi le déluge. E non mi riferisco tanto al kamikaze somalo one-shot, ma al fatto che a Milano non c’è più un bar, neanche uno, che non abbia davanti il suo giovanottone africano intento a fare la questua.

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