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Einaudi contro la radio. Cosa direbbe oggi della televisione?

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“Non sono un ammiratore della radio.

Da molti anni, da quando sullo orizzonte salì la maligna stella del conformismo politico, che è necessariamente altresì conformismo o totalitarismo spirituale morale religioso ed economico, pensai che la radio era un’invenzione del demonio, intento a trovare il mezzo di abbrutire l’uomo.

Noi soffriamo ancora oggi e soffriremo per lunghi anni – e nessuno sa se riusciremo mai più a guarire da quella lebbra ed a riconquistare la libertà di pensare e di vivere – le conseguenze della predica­zione conformistica che per due decenni imperversò sui bollettini a cui si dava il nome di giornali e sulla radio.

Questa più pestifera di quelli; che la parola parlata, da uomo a uomo, ha virtù persuasiva grandemente più efficace di quella della parola che il vecchio contadino piemontese mi definiva «stampata nel ferro» dei giornali.

Si fa più fatica a leggere la parola trasferita dai piombi della tipografia sulla carta dei giornali che non ad ascoltare ad ogni ora del giorno il verbo pronunciato dall’ordigno vociferante nella stanza dove si vive.

Quella parola entra come uno stillicidio nel cervello dell’ascoltatore ed a poco a poco lo rende incapace di ragionare e lo inebetisce.

Nessuna inven­zione è più spaventosamente atta, quando sia maneggiata dallo spirito del male, a rendere l’uomo un numero, un automa.

Per nessuna invenzione si deve, perciò, avere altrettanta cura, affinché essa sia adoperata nello spirito del bene”.

 

Dalla introduzione vergata da Luigi Einaudi al libro ‘L’ora presente alla luce del Vangelo’ di monsignor Pietro Barbieri, 1945

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