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Un articolo di Mario Cervi “Agnus dei qui tollis peccata mundi”

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L’articolo che Mario Cervi ha scritto per il primo numero della mia rivista culturale Dissensi e Discordanze pubblicata nel Novembre 2013

 

Nella mia ‘stanza’ sul Giornale dialogo con i lettori.

Mi sono annotate le loro preferenze e – capita – le loro intemperanze.

Tralascio qui i temi di stretta attualità politica, che sono insieme incalzanti e transeunti, e faccio una piccola rivelazione.

La questione cui si sono più appassionati gli amici che mi scrivono non era politica, non era ideologica e nemmeno storica (anche se nella ‘stanza’ la storia la fa un po’ da padrona).

Era una questione linguistica.

Vi spiego.

In una risposta avevo accennato al fatto che la traduzione italiana dei testi della Messa pecca di sciatteria.

A riprova della mia affermazione avevo citato la frase “agnello di Dio che togli i peccati del mondo”, versione italiana del latino “agnus Dei qui tollis peccata mundi”.

Ma il “tollis peccata mundi” non significava togliere i peccati.

Significava invece che l’Agnello di Dio sopportava, portava sulle sue spalle, i peccati del mondo.

Il pubblico del Giornale ha mediamente una buona cultura di stampo umanistico.

Su quel problema linguistico i lettori si sono avventati impetuosamente.

Alcuni giustificavano la colloquialità disinvolta della versione italiana.

Altri rimpiangevano la solennità del latinorum.

Un bello scambio di idee durante il quale ebbi modo di ricordare che della Messa nelle lingue nazionali s’era occupato, prima che la riforma venisse attuata, Luigi Einaudi.

E aveva spiegato di  capire l’opportunità pratica del cambiamento, la liturgia celebrata con la parola di tutti.

Ma aggiungeva che quel latino chiesastico era entrato, in un lungo susseguirsi di generazioni, nell’intimo dei credenti.

Le parole misteriose del rito avevano assunto una comprensibilità più alta di quella letterale.

Erano capite pur non essendolo.

 

Voglio accennare qui  solo a un altro argomento che ho dovuto affrontare e per il quale ho ricevuto  qualche approvazione ma soprattutto critiche e insulti.

L’argomento era il regno del sud, borbonico e prerisorgimentale.

Sono, personalmente, un risorgimentalista antileghista.

Credo che il Risorgimento, anche se attuato – nessuno può negarlo – grazie alle tre vittorie straniere di Soloferino, di Sadowa e di Sedan, sia stato un grande miracolo.

Questi sentimenti li ho espressi scontrandomi con l’ostilità di una folta pattuglia di nostalgici dell’ancién régime.

Ferratissimi nel citare dati dai quali risulta evidente la prosperità e ricchezza del regno borbonico, in contrasto con lo squallore sabaudo.

Ribattevo osservando che se un Regno non costruisce strade e non si interessa delle scuole tollerando un novanta per cento di analfabeti può mettere da parte un bel po’ di soldini.

Ma i borbonici – alcuni dei quali sono molto simpatici e intelligenti – non demordono.

Volano anche male parole.

Ma che bellezza queste battaglie culturali in confronto alla miseria di certe polemiche odierne.

Mario Cervi

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