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Riflessioni di una italiana immigrata in Belgio

Nessun commento Varie ed eventuali

di Silvia Maretti

Caro MdPR,

da molti mesi, come la maggior parte degli Italiani, seguo gli avvenimenti relativi al fenomeno ormai fuori controllo dell’immigrazione che sta toccando soprattutto ma non solo il nostro paese, e il dibattito politico che ne segue.

Penso di capire piuttosto bene che cosa significhi essere un immgrato, perche’ questa e’ anche la mia condizione.

Sono stata un’immigrata  in America, per ragioni di studio quando ero piu giovane, e sono, da ormai undici anni, un’immigrata italiana in Belgio, per motivi professionali.

So che il mio lavoro non mi consente ora, ne mi consentirà nel futuro, di tornare in Italia, dunque sono cosciente del fatto che la mia condizione di Italiana immigrata all’estero è destinata a durare nel tempo.

 

Aggiungo anche che, per mia fortuna, mi posso considerare un’immigrata « di lusso », nel senso che ho un ottimo lavoro molto ben pagato e una vita professionale piena di soddisfazioni.

Vivo in un paese democratico, molto accogliente verso gli stranieri, nutrito di una folta comunità internazionale, cattolico come lo sono io ma molto aperto e tollerante verso altre confessioni religiose, e di cui condivido le radici europee.

Ciò nonostante, io sono, e resterò sempre un’immigrata italiana e vorrei cercare di spiegare il perchè.

Spero che questo possa offrire uno spunto a chi legge, ma anche e soprattutto a chi ci governa per una riflessione più profonda su questa condizione.

L’immigrazione, e la tanto decantata « integrazione », hanno a che fare, e purtroppo si scontrano quasi sempre, con un elemento profondissimo e ancestrale, che io, forse disattenta, non ho mai sentito menzionare nei recenti dibattiti italiani sull’immigrazione : l’identità.

 

L’identità non è soltanto quello che ogni singolo individuo è.

E’ soprattutto il mosaico di cui si compone e nel quale si intreccia la vita materiale e quella emotiva di ogni persona, fatta di atmosfere, di paesaggi, di storia e legami personali di sapori e di luoghi, di tradizioni ; di rumori familiari, di tutto quello che ognuno di noi considera « unico », perchè parte di se, del suo vissuto.

L’unico sinonimo improprio che riesco ad accostare alla parola identità e quello di « radici ».

 

L’immigrato, di lusso o no, fa i conti con la propria identità ogni giorno, con il desiderio di adattarla alla sua nuova condizione di dove si e trasferito, ma anche con la paura che questo adattamento avvenga in maniera cosi compiuta da perderla, perchè l’immigrato sa che perdendola, perderebbe anche se stesso.

 

La condizione di immigrato è una tra le peggiori, soprattutto dal punto di vista emotivo ; è un esilio auto-imposto, e quindi se possibile anche più doloroso, perchè l’immigrato sa di essere l’artefice della sua scelta.

E le ragioni che hanno portato a una separazione cosi dolorosa, pur restando ben presenti nella mente e nel cuore di chi emigra, spesso non sono sufficienti a lenire il dolore provocato dal distacco dal proprio paese.

 

L’immigrato ama il proprio paese di un amore assoluto, fortissimo e incondizionato ; questo sentimento però a volte si trasforma in odio altrettanto forte e profondo.

L’immigrato odia il suo paese che lo ha costretto altrove, ma non riesce a staccarsene perchè quello che l’immigrato riesce a costruire nella sua « seconda vita », avrebbe voluto realizzarlo in patria, e nutre un senso di colpa verso se stesso per non avere avuto la forza e il coraggio di cambiare le condizioni che forse avrebbero reso questo possibile a casa.

 

Di conseguenza, l’immigrato tenta di ricostruire all’estero almeno una parte di quello che ha lasciato : non gli affetti, che sono insostituibili, non l’arte, che non è trasportabile, non la storia nè il proprio quartiere con le voci e i rumori familiari.

Si accontenta di frammenti di casa : le varie « little Italy » « little Ukraine » o « Chinatown » sorte a partire dall’ inizio del secolo scorso in quasi tutte le metropoli occidentali sono la rappresentazione plastica, e la dimostrazione di come questo bisogno di radici riguardi tutti i popoli e tutte le culture.

Questo dimostra anche come l integrazione di cui tanti parlano, sia in realtà un processo difficilissimo anche quando le condizioni di partenza sono le più favorevoli, perchè a questa, l’immigrato, anche il più ben disposto, frappone una resistenza spesso in buona parte inconsapevole.

 

Leggendo i giornali in questi mesi ho provato prima stupore  e poi sgomento di fronte alle semplicistiche argomentazioni di una parte politca che pensa che un alloggio e un lavoro siano condizione sufficiente a avviare un processo di integrazione per decine di migliaia di disperati che approdano sulle nostre coste.

 

 

L’integrazione è prima di tutto una predisposizione della mente e dell’anima di chi emigra, e non riesco a immaginare il disagio e lo smarrimento di questi immigrati, sicuramente meno fortunati di me, che per necessità si trovano catapultati in  paesi con i quali non condividono praticamente nulla : non la lingua, ne le tradizioni, in molti casi neanche la storia, per non parlare della religione, che sicuramente nella stragrande maggioranza dei paesi di provenienza di questo esodo biblico gioca un ruolo molto più determinante nella vita quotidiana delle persone di quanto non ne abbia la religione cristiana in quasi tutto l’Occidente di fatto ormai laico.

 

Un’ultima riflessione sulle conseguenze dell’immigrazione. All’indomani degli attacchi di Parigi del Gennaio scorso, molti commentatori rimasero sbalorditi alla notizia che gli attentatori erano immigrati di seconda generazione, apparentemente integrati a tutti gli effetti.

Le devo confessare che non ho provato la stessa meraviglia.

Le motivazioni dei padri scappati da guerre e dittature non sono state vissute e quindi non possono essere comprese e condivise dai figli, inconsapevoli del fatto che i disagi della banlieue parigina sono comunque meglio del centro di Damasco sotto una dittatura sanguinaria.

Loro, nati in Occidente, hanno avuto la libertà di coltivare nella loro mente e nel loro cuore l’idea di una patria perduta a cui tornare, la patria ideale, l’unica nella quale potranno finalmente tornare a essere se stessi.

 

 

Silvia Maretti

Bruxelles, 5 Novembre 2015

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