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C’era una volta il turismo

Commenti (1) Varie ed eventuali

Cara Varese

PIERFAUSTO VEDANI – 06/11/2015 

SU RADIO MISSIONI FRANCESCANE ON LINE   RMF

A dicembre saranno venti anni dalla morte di Manlio Raffo, nel dopoguerra a lungo responsabile dell’Ente Provinciale per il Turismo di Varese e promotore di iniziative che tennero a galla un settore sconquassato degli eventi bellici e che non avrebbe più raggiunto l’alta quota dopo essere passato alle dirette dipendenze delle Regioni.

Mauro della Porta Raffo, spirito libero, scrittore, commentatore feroce, bizzarro o allegro, a seconda dei casi, del nostro vivere quotidiano a Varese come a Roma o New York, promotore infine di interessanti iniziative editoriali e di recuperi della memoria di personaggi, ha chiesto una testimonianza a coloro che conobbero suo padre.

Ho accettato e di conseguenza oggi non andrò oltre certi limiti nel ricordo di Manlio Raffo, ma coglierò l’occasione per rimarcare un calo qualitativo anche nella promozione turistica in generale dopo la regionalizzazione dello Stato italiano, operazione varata alla fine degli Anni 60 e presentata come grande conquista amministrativa e sociale.

Gli anni hanno rivelato le gravi difficoltà di una scelta forse affrettata, certamente non in grado di dare risposte adeguate.

Essa ha avuto infatti risultati non omogenei.

Problematico il trasferimento di poteri decisionali e la capacità di spesa a collettività che non avevano ampie e collaudate visioni d’insieme, ma contavano su una cultura ricca di retaggi di storiche contrapposizioni e di orizzonti limitati.

Alla fine la qualità di programmazione, di tutela, di azione di settori che prima era di pertinenza statale, con le gestione regionale ha toccato impressionanti picchi negativi.

L’elenco sarebbe lungo, significativi due esempi.

Il primo di grande attualità: i disastri ambientali e idrogeologici in particolare che tormentano il territorio nazionale ci ricordano la folle gestione edilizia che ne è stata la causa e i mancati controlli regionali.

Il secondo, indubbiamente di minor gravità ma ugualmente forte segnale di inefficienza se rapportato ai tempi della centralizzazione statale: la gestione delle risorse turistiche.

La storia della macchina turistica di casa nostra è lì a dimostrarlo e proprio grazie alla presenza a Varese – dove arrivò nel 1947 – di un direttore dell’ EPT competente e appassionato come Manlio Raffo da Roma.

La guerra aveva chiuso la lunga epoca d’oro di una Varese che ci è stata ricordata più volte e con spunti diversi dai tanti che sapevano e sanno parlarne con il cuore, persone tutte care, a me in particolare Silvano Colombo, Carlo Alberto Lotti, Alba Bernard, Luigi Bombaglio, Mario Lodi, Natale Gorini con tutto il clan dei poeti bosini.

Raffo ricostruì l’immagine turistica con diverse iniziative aprendola a mondi nuovi come il cinema e l’arte ambientati in luoghi del Varesotto e con sceneggiature popolari.

Fu un grande coinvolgimento con preziose ricadute culturali.

La Varese soggiorno degli aristocratici sarebbe diventata un ricordo gradevole e importante nella storia dell’architettura grazie al Sommaruga.

Manlio Raffo si mosse con l’efficienza e l’intelligenza di coloro che avevano creato la città dei grandi alberghi, degli ippodromi, delle funicolari.

Gli riuscì di farlo perché il responsabile dell’EPT era investito di una potenza, di una capacità programmatoria e realizzativa che Roma, centrale di comando del turismo nazionale, gli riconosceva e poi consacrava con il budget.

Roma in questo settore della attività e della responsabilità pubbliche era bene organizzata e sapeva coinvolgere i suoi collaboratori, anche quelli delle più lontane province.

Con l’arrivo delle Regioni si sono costruiti altrettanti stati centrali che però non potevano avere nell’immediato né uomini né rassicuranti bagagli d’esperienza, per di più avrebbero pesato i cambi di colore alle leve di comando e purtroppo il chiaro, netto duplicarsi di atteggiamenti imperiali, di complessi di superiorità davvero ridicoli da parte di chi viveva la realtà degli organismi centrali nei confronti delle periferie, che non avevano la stessa distanza tra Roma e Pantelleria o Bormio, ma 50 o 100 chilometri dal capoluogo regionale.

Milano non ha fatto eccezione: pensate alla rete stradale regionale, concepita come una somma di circonvallazioni esterne di Palazzo Lombardia; una Pedemontana seria sarete stata veramente al servizio delle città delle Prealpi, oggi si fa più in fretta ad andare a piedi a Como che non a imboccare la nuova strada privilegiata per recarsi da Varese nella città lariana.

Non basta: proclami sulla sanità, gloria per l’ospedale Del Ponte, poi basta una lettera per sapere che al “Circolo” si risparmia facendo pagare il prezzo ai dializzati. Varese? Lombardia? Italia?

No, Africa.

Quando la sanità era gestita da Roma Varese con i suoi ospedali ha raggiunto incredibili traguardi di efficienza.

Con il turismo oggi non ci si discosta dalla gestione di una normalità che ha pure qualche sussulto positivo, ma che ti immalinconisce se pensi agli anni ruggenti di Manlio Raffo e a quelli di grandi varesini che ebbero responsabilità nel settore, Ernesto Redaelli e Giorgio Bignardi.

Il turismo da noi ha avuto un altro cardine, l’Azienda di Soggiorno, alla quale si deve moltissimo per gli impianti delle Bettole e per una presenza sempre propositiva nell’attività cittadina.

Animatore ne fu il notaio Luigi Zanzi che la città ha onorato dedicandogli il parco della Schiranna.

Se abbiamo avuto uomini eccellenti, se un romano ha amato Varese come pochi, se possiamo ottenere di più e vivere meglio alzando la testa e chiedendo quello che ci spetta, non vedo perché si debba accettare supinamente una condizione incredibile e inaccettabile, come l’essere schiavi in casa propria, cioè lombardi di serie C.

E lo si è perché l’ indifferenza istituzionale di Milano nei nostri confronti la maggioranza dell’elettorato varesino la mostra,pur votandoli, negli stessi gruppi di potere politico che ci governano da decenni.

Non si tratta di cambiare bandiera, ma di una necessità urgente: è indispensabile infatti aprirsi alle nuove generazioni, lasciare a casa coloro che vivono di politica. Si sentono tranquilli, padroni.

C’è bisogno di gente che sappia vivere di corsa assieme ai tempi.

Anche dal Centrosinistra arrivano segnali che potrebbero dare indicazioni al fronte, ammosciato.

Si stanno organizzando su diversi versanti.

Anche su quello turistico.

Con il voto un viaggio di massa per i dormienti.

A quel paese.

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One Response to C’era una volta il turismo

  1. Giovanni Zappalà ha detto:

    Una elencazione di fatti non fu mai così tanto chiara.

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