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La cruna dell’ago: una grossa fune, non un cammello

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Riflessioni di Henry Claire Nicoullaud conseguenti a un articolo, riportato dopo il testo, di Mauro della Porta Raffo

 

“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio”

(Matteo 19,24)

La preziosa recente precisazione di Mauro della Porta Raffo secondo la quale, in base ad un ragionamento linguistico completo sul termine aramaico “gamal”, possiamo dedurre che non sia un cammello a dover passare nella cruna di un ago bensì una più semplice e logica “gomena” o fune, mi ha riempito il cuore di speranza.

Eh sì, perché da sempre mi sono scontrata su questa bizzarra e però definitiva affermazione di Gesù.

Un cammello, mi dicevo, anche a volerlo schiacciare, girare, deformare, piegare….lo sappiamo tutti… non passerà mai e poi mai dalla cruna di un ago! Dunque una strana e assoluta condanna al fuoco eterno dell’inferno per chiunque sia ricco.

Ma spesso ho incontrato persone ricche e molto buone: come conciliare quindi le cose?

Come pensare che Gesù potesse condannare a priori un essere umano solo perché ricco?

E l’adultera?

Non ha forse perdonato l’adultera e, immagino, l’adultero?

E adesso si scopre che il termine è forse sempre stato mal tradotto e invece di cammello possiamo leggere fune, grossa corda: il cuore sorride!

Allora c’è speranza per tutti!

Anche per i ricchi e non solo per i poveri!

Sì perché l’immagine della fune o della grossa corda, non ti chiude in un no assoluto ma rimanda ad alcune possibili deduzioni e proposte per riuscire comunque ad entrare nel regno dei Cieli…

Qualcosa si può fare, mentre col cammello la sentenza era senza appello.

Una corda, guardiamola bene, non è come sembra, non è “solo” una corda ma una corda è qualcosa di “plurale” di “formato da”….

Infatti, molti fili compongono una corda.

Se “apriamo”, “disfiamo” la corda, avremo tanti fili che singolarmente o anche a due o a tre potrebbero passare dalla cruna di un ago; bisognerebbe poi sapere come fossero gli aghi al tempo di Cristo, se con una cruna più larga anche dei nostri attuali aghi sia pure quelli da lana…(quelli con la cruna più larga..).

E in che senso Gesù ha usato il termine “ricco” che è anch’esso una traduzione?

Già in latino non esiste un unico vocabolo per la parola “ricco” ma ne esiste uno per ogni significato o sfumatura del termine  e quindi si parla via via di abbondanza, di fortuna, di opulenza, di pinguedine, di soldi e di possedimenti…

E a tutto ciò, a parte la pinguedine, quasi tutti gli uomini aspirano da sempre e molti di essi per il desiderio forte di poter fare e costruire il bene in “opere e azioni”.

Nel Vangelo di Matteo d’altronde siamo di fronte ad un giovane che ha molti possedimenti e anche desiderio di essere ammesso al Regno dei Cieli e chiede a Gesù come può arrivarci; Gesù dapprima gli indica di seguire i comandamenti.

Ma il giovane ribatte che lui li osserva già e riformula la domanda: come arrivare al Regno dei Cieli?

Se fossimo stati Gesù forse avremmo risposto come lui… di fronte ad uno convinto di essere sempre in linea con i comandamenti… si affonda il coltello e si provoca: “lascia tutto e seguimi allora! “…e il giovane se ne va scontento perché non vuole lasciare i possedimenti…il suo “cammello” o per meglio dire la sua “corda”.

Mi sembra possibile dedurre che quel giovane fosse soprattutto ricco, cioè pieno, di certezze (sovrastrutture, maschere) su di sé e che proprio quelle, più che case e terreni,  gli impedissero di seguire Gesù e mettersi in cammino (in discussione..).

Tornando quindi alla “corda plurale” si può pensare che se perdiamo la nostra “singolarità” (il filo singolo)  a favore di sovrastrutture (i fili che compongono la corda) ingombranti e pesanti (certezze sbagliate o illusorie, senso esagerato del possesso, bisogno di apparire e non di essere, invidie ecc…) in realtà stiamo perdendo noi stessi e la nostra unicità e singolarità.

Ci si dimentica di quel “filo unico e singolo” che noi siamo e che può, per un fine superiore (formare una corda), unirsi certo ad altri “fili unici e singolari”, ma senza perdere o dimenticare se stesso.

Quel se stesso, filo unico, che senz’altro passerà nella cruna di un ago e nel Regno dei Cieli.

Posso essere uno e tanti ma non dimenticare mai di essere unico, un unico me.

In una seconda e più semplice riflessione possiamo dire che i vari fili che compongono una corda che come tale non entra certo nella cruna di un ago, possono essere simbolo di tutto ciò in cui ci identifichiamo, dalle idee ai possedimenti più specifici e concreti,  che come diversi e successivi e sovrapposti “abiti” o “strati” ci “ingrossano” e ci impediscono la leggerezza e la levità di una identità ben strutturata e libera che proprio per questo può “possedere molto o tutto” (strutture, maschere, idee, possedimenti materiali) senza mai identificarsi in nulla se non in se stessa.

In definitiva per il Regno dei Cieli sembra occorra rimanere e crescere nella propria unicità preziosa (il filo unico) pur potendo unirsi ad altri per dar vita a qualcosa che non si può raggiungere da soli (essere corda) ma senza mai perdersi nel “noi plurale” o in ciò che si possiede materialmente (sovrastrutture). Poter lasciare sempre tutto agevolmente e con leggerezza permette di mettersi in cammino; sulle orme di Gesù….

 

 

Nella cruna dell’ago non un cammello ma una grossa fune

pubblicato il 24 settembre 2015 in  www.maurodellaportaraffo.com

 

In aramaico, cammello si scrive ‘gamal’.

In aramaico, gomena – usata sulle imbarcazioni – o grossa fune si scrive ‘gamta’.

Ora, dappoichè nell’aramaico antico non si usavano le vocali che dovevano essere intuite, basta che una delle consonanti di ‘gamta’ risultasse scritta in modo sbagliato per leggere appunto ‘gamal’.

Ecco quindi che la famosissima parabola non parla della difficoltà di un cammello di passsare nella cruna di un ago quanto, assai più razionalmente, della difficoltà che attraverso quella cruna passi una grossa fune!

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