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Varese brutta

Commenti (1) Varie ed eventuali

di Fabio Bombaglio

Ho assistito con un po’ di malinconia agli scambi sul degrado della Città anche se, di botta, non mi par cosa nuova.

Nato a Varese, in tanti anni non ho fatto che sentirne parlare male. Anzi, é stata ampiamente e autorevolmente sviluppata la tesi secondo cui peggio di Varese ci sarebbero soltanto i varesini.

Per documentarlo venivano qui le penne massime del giornalismo nazionale esecrando, tanto per fare un esempio, quei bilanci in pareggio di cui i loro nipotini convertiti al mercato, oggi, andrebbero entusiasti.

La definivano “la città più ricca d’Italia” – vero o non vero che fosse – per presentarla come un mix parasvizzero, materialista e anaffettivo che preferiva i parchi al sociale e che ghettizzava le case popolari.

Il sistema-Varese, costruito da una classe dirigente vera tra il 1875 e la prima guerra mondiale, voleva essere il superamento della precarietà: qui ci si era e ci si sarebbe lavorato tra giardini e colline per restare, per evitare di emigrare (e quanti emigranti sono ritornati riportando a casa le loro capacità ulteriormente arricchite!). E’ stata la proposta di uno stile di vita raccolta da intellettuali importanti, consapevoli che la loro creatività avrebbe tratto giovamento dalla città silenziosa anche quando quelli di qui ne lamentavano l’incultura selvaggia.

Oggi si fa largo qualcosa di profondamente diverso: il sogno dell’immenso, la voglia di oceano che porta la paura di naufragare nel lago e non perché si sia stanziali (i varesini di fine Ottocento hanno percorso le vie dell’Oriente estremo come pochi altri italiani) ma perché anche da noi la statistica è stata promossa da strumento a valore e una realtà di grandi dimensioni dev’essere per forza migliore di una piccola

Così gli infraquarantenni sognano l’altra parte del mondo e gli ultraquarantenni la pensione.

La provincia italiana – non solo Varese – muore di questo e con essa finisce la straordinarietà di città provinciali per dimensione e capitali per funzione, piccole ma consapevoli e colte nel senso più vero (a solo titolo d’ esempio Parma o Modena).

“Piccolo e brutto” nasce dalla comunicazione globale e dalla perdita di importanza delle comunità locali che non rappresentano più il destino di chi ci è nato.

Oggi si vorrebbe una città pulita, efficiente, ordinata e forse anche svizzera purché ci pensino gli altri perché sarebbe fesso impegnarsi per qualcosa che si aspetta di abbandonare appena se ne presenterà l’occasione.

Mi sembra quasi che vogliano una città – albergo e, trovandola inferiore alle aspettative, scrivano una critica caustica su TripAdvisor.

Non riesco a prender sul serio un tipo di polemica tutta incentrata sulla recriminazione della mancanza di qualcosa, di ordinaria amministrazione.

Parliamo sempre più di albergo che di casa e la crisi della provincia italiana fa percepire l’attenuazione del legame con la terra, il sopraggiungere della fungibilità dei luoghi.

E siccome belli come i nostri ce ne son pochi spiace davvero tanto.

La morale è che un cittadino che critica lo fa in un’ottica di medio lungo termine, un ospite precario lo fa per il rammarico di aver speso male i suoi soldi (o per avere uno sconto).

One Response to Varese brutta

  1. Lorenzo Benzi. ha detto:

    Bravo Fabio , condivido. Il mio scritto sul libro ” La Varese che vorrei” anticipa in parte il tuo concettp

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