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Orson Welles: “Il più grande a teatro in Europa? Eduardo!”

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Da sempre, o, più esattamente, da quando il cinema esiste, ci si chiede quale sia la strana ragione per cui vere ‘star’ del teatro internazionale, applauditissime sulle scene, non riescano – se non in rarissimi casi ed escludendo, chissà perché, gli inglesi – a proporsi durevolmente nel mondo cinematografico al livello dei divi più acclamati.

Un primo tentativo di dare una risposta al quesito è quello del drammaturgo americano Arthur Miller.

Nella bella autobiografia ‘Svolte’, racconta della propria esperienza sul set del film ‘Gli spostati’ (del quale aveva scritto la sceneggiatura), di John Huston, opera interpretata, oltre che dalla moglie di Miller, Marilyn Monroe, da Clark Gable, Montgomery Clift, Ely Wallach e Thelma Ritter.

Gable, allora, era da molti ritenuto ‘il più grande’ e perciò il drammaturgo si preoccupò molto, durante le riprese, nel vederlo ‘dal vivo’ quasi svogliato ed assente ed arrivò al punto di pensare che tutte le scene che lo riguardavano andassero rigirate.

Con grande meraviglia (e, naturalmente, in totale contrasto con la sua lunga esperienza teatrale), invece, esaminando i ‘giornalieri’ e potendo così meglio valutare l’interpretazione del ‘re di Hollywood’ sullo schermo, si accorse di quanto essa fosse persuasiva.

Concluse, quindi, per l’esistenza di una recitazione che definì ‘cinematografica’, del tutto diversa, se non opposta, a quella teatrale, e che, indubbiamente, proprio per questa ‘specificità’, doveva risultare molto difficile per un interprete, anche se ottimo, delle scene di Broadway, o di un altro qualsiasi consimile ‘tempio’ esprimersi al massimo in ambedue i campi perché i ‘mezzi’ necessari sono totalmente diversi.

Anche il citato John Huston – celebre regista americano tra i più colti che il cinema abbia avuto – si sofferma sullo stesso argomento (senza arrivare ad una ‘vera’ soluzione) nell’opera autobiografica ‘Cinque moglie e sessanta film’, specialmente a proposito di Montgomery Clift e di Robert Mitchum, da lui ritenuto “il più grande attore di cinema di tutti i tempi”.

(Si può qui ricordare, per inciso, il celebre aneddoto, più volte riportato, che racconta come lo stesso Mitchum, saputo da un giornalista della definizione di Huston che lo riguardava, abbia così risposto:

“Ogni volta che incontro John gli do dieci dollari perché continui a ripetere quella frase”).

Una pronuncia pressoché definitiva sull’argomento – che resta, comunque, misterioso – è, alla fine, quella che Orson Welles dà nel corso del primo capitolo della lunga intervista concessa a Peter Bogdanovich e pubblicata sotto il titolo ‘Io, Orson Welles’.

La scena del colloquio tra i due è Roma e l’oggetto della discussione Eduardo De Filippo che, poco dopo, andranno a vedere a teatro.

Welles: “Esistono ‘attori cinematografici’.

Gary Cooper era un attore cinematografico.

Un caso classico.

Lo vedevi lavorare sul set e pensavi: ‘Dio mio, questa dovranno rigirarla!’.

Praticamente, sembrava che non ci fosse.

Poi, vedevi i giornalieri e riempiva lo schermo”.

Bogdanovich: “Come lo spieghi tu?”

Welles: “Personalità!

Non presumo di risolvere questo mistero.

Ma conta sempre più della tecnica.

Per esempio, chi conosce meglio la tecnica di Laurence Olivier? Eppure, per quanto bravo sia al cinema, è solo l’ombra dell’attore che impone la sua presenza magnetica sulle scene teatrali.

Perché la macchina da presa sembra diminuirlo?

E ingrandisce Gary Cooper che di tecnica non ne sapeva niente?

E adesso, proprio adesso, vedrai il perfetto esempio di questo mistero: Eduardo De Filippo.

Sulla scena non c’è nessuno in Europa che gli si possa anche solo avvicinare.

Al cinema non c’è più.

La macchina da presa non lo ama!

Questa, per inciso, è la teoria di Akim Tamiroff (famoso caratterista di origine russa – spesso interprete dei film di Welles – che parlava un pessimo ma divertente inglese).

“Machina guarda tipo uno e machina dice: Zii, questo me piace! Machina guarda tipo due, machina dice: Nooo!

Ghi sape perché machina.

Nessuno sape!’

Ha ragione, nessuno lo sa!”.

Bogdanovich: “Si pensa che la macchina da presa sia una grande macchina della verità.

Secondo te si vede quando l’emozione è falsa?”

Welles: “Sicuro, è una specie di cartina di tornasole.

Quello che la macchina registra è l’assenza o la presenza del sentire. Quello che fa è fotografare il pensiero.

Registra qualcosa che l’occhio nudo distingue solo vagamente scorgendone qualche traccia e te la registra forte e chiaro: registra il pensiero!

Ogni volta che un attore pensa, nel film si vede!”.

Tutta un’altra faccenda, dunque, rispetto al teatro.

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