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Il Battista (6° parte)

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di Alfredo Tocchi

Alle otto di sabato mattina, suonò la sveglia.

Un istante dopo, Carla domandò:

“Ti ricordi che dobbiamo andare da mamma?”

“Certo, ora mi alzo.”

Era l’ottantunesimo compleanno della signora Elvira, dovevano andare a trovarla a Sestri Levante.

Battista non era mai riuscito a dare del tu ai suoi suoceri.

Il compianto Avvocato Alfonso Rombolotti non era uomo da lasciarsi andare ad affettuosità o confidenze eccessive e non glielo aveva mai domandato.

Così da più di trent’anni Battista dava del lei anche a sua suocera.

Dopo la morte del “mio povero Alfonso”, la signora Elvira aveva venduto l’appartamento di Milano e si era trasferita in quello di Sestri Levante, dove conduceva la vita pigra e inutile (ma una vita può davvero essere utile? L’unico senso della vita non è la prosecuzione della vita stessa?) di tutti i vecchi benestanti.

Le sue uniche preoccupazioni erano la diminuzione dei tassi d’interesse e l’aumento dei prezzi.

Come il mitico personaggio di Autodafé di Elias Canetti, andava ripetendo incessantemente cose simili a “Le patate costano già il doppio.”

L’ultima cosa intelligente l’aveva detta intorno al 1995, ormai da vent’anni sembrava incapace di un’idea originale o di una battuta spiritosa.

In più, per dirla tutta, Battista non le era mai andato a genio, perché: “Non è all’altezza della mia Carla.”

In questo suo uso insistente del possessivo, dimostrava tutta la grettezza ereditata da un padre salumiere, che per tutta la vita aveva cercato di far dimenticare.

Nonostante il sonno agitato, Battista non era di cattivo umore e attese in cucina, davanti a una tazza di caffè, che la moglie terminasse l’interminabile e complicata cerimonia del trucco.

Prima delle dieci, in perfetto orario, erano già sulla Serravalle.

In macchina, silenziosi come sempre, ascoltarono un vecchio Cd di Paolo Conte.

Battista lo amava, soprattutto per il verso:

“Ma se capita, chissà, se capita,

un po’ di giungla anche per me.”

A Carla in fondo non dispiaceva, anche se preferiva Celentano.

D’un tratto, dopo le strette curve del tratto appenninico, videro il mare.

Istintivamente Battista sorrise, rivivendo la gioia dei viaggi in treno verso le vacanze della sua infanzia.

L’azzurro lo riempì di buonumore.

Pensò – ne era certo da sempre – che l’uomo ha bisogno di cose semplici come il sole, il mare, le foreste, i prati, gli animali, i ritmi delle stagioni.

Abbassò il volume e, con il tono di voce più amorevole di cui fosse capace, domandò: “Carla, cosa faremo quando sarò in pensione?”

Lei lo guardò con affetto e rispose: “I nonni.”

Non era la risposta che lui avrebbe voluto sentire, ma andava bene lo stesso.

Per un istante, era appagato, in pace col mondo.

Persino il lungo mare di Sestri Levante gli parve magnifico.

Era l’inizio della primavera: finalmente una giornata piena di luce dopo il grigiore dell’inverno milanese.

Con questa disposizione d’animo, suonò il campanello dell’appartamento di sua suocera, dopo una breve sosta in pasticceria per comprare una torta.

Gli aprì Rosanna, la cugina di Carla e gli buttò le braccia al collo con esagerata affettazione.

Dietro di lei, suo marito Roberto.

Ultima, la festeggiata, che baciò la figlia e li fece accomodare in terrazza.

Mentre le tre donne parlavano incessantemente dell’imminente matrimonio, Roberto iniziò i soliti interminabili racconti sui suoi successi lavorativi.

Era un semplice agente di commercio, da quarant’anni vendeva cucine: “Nonostante la crisi, la mia agenzia ha fatturato più di un milione.”

Parlava della sua agenzia come se fosse stata la FIAT, anche se ci lavoravano soltanto lui, suo figlio e una segretaria part time.

Fece una relazione sulle vendite in Lombardia, provincia per provincia, degna di un direttore marketing e venne interrotto soltanto da Loti, la cameriera filippina di Elvira, che annunciò che il pranzo era pronto.

Trenette al pesto, per cominciare.

Elvira sapeva che suo genero odiava il pesto, ma lo faceva cucinare ugualmente.

Battista si servì rassegnato, sperando che di secondo ci fossero le cotolette.

La conversazione scivolò sulla politica e Rosanna (gonfia di botox e spesso sboccata) commentò:

“A me Renzi piace. Finalmente un giovane con le palle.”

Suo marito chiosò: “Sempre meglio di quel baciapile di Mario Monti, faceva tristezza soltanto a guardarlo.”

Inaspettatamente, Elvira aggiunse:

“Il mio povero Alfonso diceva spesso che bisogna avere il coraggio di essere elitari.

Chi è elitario non potrà mai piacere al popolino, ma spesso si troverà – insieme a pochi altri – dalla parte della ragione.

Non c’è nulla di peggio del populismo.”

Battista alzò gli occhi, fulminato dalla profondità del commento e si stupì di sentirsi dire: “Suo marito aveva proprio ragione.

Monti – uomo che tuttora si crede così intelligente – ha commesso un errore così madornale che dovrebbe essere chiamato per sempre col suo nome, l’errore Monti!”

Ripensò a suo suocero e ne ebbe nostalgia:

“Forse mi avrebbe aiutato ad approfondire gli aspetti giuridici della riduzione forzata della popolazione.”

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