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Dopo la strage di Charleston: se i repubblicani diventano sudisti

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di Stefano Graziosi

22 giugno 2015

La proposta avanzata da Mitt Romney di ammainare la bandeira confederata del Parlamento del South Carolina all’indomani della strage di Charleston ha suscitato un dibattito irrequieto nell’agone politico statunitense. Simbolo delle forze sudiste durante la Guerra di Secessione americana, la bandiera confederata ha difatti per molti finito con l’incarnare un’anima razzista, in linea con il segregazionismo storicamente praticato dagli stati meridionali. Stanno d’altronde facendo il giro del web le inquietanti immagini dell’attentatore suprematista di Charleston con dietro il drappo del generale Lee.

Obama si è detto subito d’accordo con la proposta dell’ex governatore del Massachusetts e Hillary Clinton la ha prontamente fatta propria, cavalcando il sentimento di ira e frustrazione che pervade in queste ore non poca parte della popolazione statunitense. E i candidati repubblicani? Come sono state le loro reazioni? Assolutamente inadeguate.

Si va difatti da chi (come Jeb Bush e Marco Rubio), pur lasciando intendere di essere sostanzialmente d’accordo con la proposta di Romney, ha deciso di non prendere apertamente posizione, a chi si è invece opposto energicamente. Lindsay Graham ha difeso quello che egli definisce un vessillo storico, mentre Ted Cruz ha replicato con la consueta tiritera dell’autonomia degli stati nel prendere simili decisioni. Mike Huckabee, dal canto suo, ha tenuto a chiarire che il South Carolina non sia uno stato razzista e che la questione della bandiera non debba diventare argomento di dibattito per le presidenziali del 2016. Unica voce maggiormente decisa sembra al momento essere soltanto quella di Carly Fiorina, la quale ha di fatto concordato con la richiesta di Romney.

Ora, dinanzi a questa serie di dichiarazioni non si può che rimanere francamente sconcertati. E questo non perché si voglia negare che la bandiera confederata abbia un valore storico né perché si voglia sostenere che incarni esclusivamente un simbolo razzistico (neanche fosse una svastica). Nessuno inoltre credo si sia sognato di asserire che il South Carolina sia uno “racist state”. E aggiungiamo pure che la proposta di ammainare la bandiera non risolverà certo il problema endemico di un razzismo strisciante né tantomeno quello del gun control: questioni sempre più centrali nel dibattito pubblico americano, questioni dinanzi a cui la proposta di Romney si pone soltanto come la solita operazione di facciata, data in pasto alla sempre crescente fame di politically correct.

Sennonché, bisogna fare poi i conti con la realtà. E la realtà mostra come la politica costantemente si nutra anche di simboli, immagini e sentimenti. Tanto più nell’era di internet e della cosiddetta informazione orizzontale, dove assai spesso il rischio della demagogia si nasconde dietro l’angolo.

Ora, dinanzi a tutto questo, la reazione del GOP è stata l’ennesima occasione sprecata per cercare di rilanciare la sua immagine, dinanzi a un elettorato che lo considera sempre più come un partito vecchio, obsoleto e retrogrado. Un’immagine, che l’Elefantino poteva rilanciare, non facendo appello a chissà quali innovazioni temerarie: bastava guardasse alla propria storia. La storia di un partito che nasce nel 1854, costituendosi ideologicamente attorno a quel principio abolizionista che contrastava apertamente con il segregazionismo del Partito Democratico.

Perché non richiamarsi dunque alla figura di Abraham Lincoln, quell’immagine rivoluzionaria e – proprio per questo – divisiva, la cui elezione produsse non a caso il conflitto tra un Sud schiavista democratico e un Nord abolizionista repubblicano? Perché alla fine questa fu la Guerra di Secessione a livello politico: lo scontro militare tra due partiti con visioni economiche e sociali antitetiche. E che si trattasse di uno scontro in primo luogo partitico è testimoniato dal fatto che, durante la guerra, tutti i parlamentari del Sud aderirono alla Confederazione (ad eccezione di Andrew Johnson che – non a caso – Lincoln scelse come vicepresidente, secondo i crismi di una logica inclusiva).

Il paradosso che oggi attanaglia l’America è quindi proprio questo: i repubblicani sembrano difendere – o quantomeno tutelare – un simbolo che storicamente e ideologicamente appartiene ai democratici. L’infamia di un segregazionismo che i democratici – fatta eccezione per F. D. Roosevelt – hanno praticato sino agli anni ’60 del Novecento: non solo a livello locale ma addirittura federale (soprattutto ai tempi dell’amministrazione Wilson, che introdusse criteri razzistici nella selezione del personale burocratico).

Di contro, il Partito Repubblicano – anche nel Novecento – ha sempre attuato politiche anti-segregazioniste. Ciò accadde negli anni Venti ma anche – e soprattutto – sotto Dwight Eisenhower, il quale con il Civil Rights Act promosse l’integrazione degli afroamericani nella società statunitense e nel 1957 arrivò allo scontro diretto con l’allora governatore dell’Arkansas, Orval Faubus, che si opponeva acché i neri frequentassero le stesse scuole dei bianchi: Eisenhower risolse la questione, inviando l’esercito. Una politica di integrazione (soprattutto nelle scuole) che fu portata avanti anche dal tanto vituperato Richard Nixon nei primi anni ’70.

E vale forse infine la pena ricordare che i primi (e ad oggi gli unici) segretari di Stato afroamericani della storia statunitense siano stati nominati dal repubblicano George Walker Bush: stiamo parlando di Colin Powell e Condoleezza Rice.

Si dirà: i repubblicani oggi non possono esporsi troppo sulla questione della bandiera, in quanto rischierebbero di perdere i voti di cospicue frange elettorali nel Sud! E in fin dei conti Romney può permettersi certe sparate, perché non candidato!

Indubbiamente questo ragionamento un suo senso lo ha. Ma siamo sicuri che quello di cui oggi il GOP ha bisogno sia una manciata di voti retrivi che – anziché permettergli di avanzare elettoralmente, rinnovandosi – lo releghino sempre più all’angolo dell’irrilevanza politica? Non sarebbe forse il caso – dopo ben due fallimenti consecutivi alle presidenziali – di abbandonare schemi ormai logori, rilanciando un’immagine ad oggi in fortissimo affanno e pare – dai sondaggi – incapace di rivolgersi al voto giovanile? Non sarebbe meglio correre un rischio, per aumentare le proprie chances di vittoria, anziché abbarbicarsi a un vecchiume ideologico ed elettorale ormai inservibile, spesso venato da posizione oltranziste e votate al più acceso (e invasato) ultraconservatorismo?

Il caso della bandiera confederata mette in luce un problema cocente, che il GOP deve affrettarsi coraggiosamente a risolversi, se non vuole trasformarsi in un’anticaglia da mercatino delle pulci. Certo, se il buongiorno si vede dal mattino, la situazione appare alquanto critica. Tanto critica, che se fossi un elettore repubblicano, parafrasando Nanni Moretti, potrei dire agli attuali candidati dell’Elefantino: con questa destra non vinceremo mai.

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