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Il Battista (5° parte)

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di Alfredo Tocchi

Dopo cena, Battista aveva l’abitudine di guardare la televisione seduto sulla poltrona in pelle della camera da letto.

Carla e Alfonso (quando era in casa), la guardavano in sala sul divano.

La divisione familiare risaliva ai primi anni novanta, quando Carla aveva imposto una specie di coprifuoco prima di ogni puntata della riedizione in TV di Uccelli di rovo, perché nel 1983 suo padre le aveva fatto perdere alcune puntate.

Lui, annoiato dopo i primi dieci minuti, se ne era andato a letto a leggere, e già alla seconda puntata si era attrezzato, acquistando un televisore per la camera da letto su cui guardava svogliatamente tribune politiche, vecchi film d’autore e – con l’incredibile proliferazione di canali degli anni successivi – documentari, Top gear e qualche film erotico.

Le donne gli piacevano, naturalmente.

Eppure, far l’amore con sua moglie, dopo quasi trent’anni di matrimonio, gli sembrava anacronistico quanto scendere in cortile a giocare a palla con i figli dei vicini.

Lo faceva ancora, qualche volta.

Ma in fondo non era più così importante.

Quella sera, mentre faceva zapping, Battista notò un libro sul comodino di Carla: Le onde del destino, di Margaret Mazzagatti.

Ripensando all’aria assorta della ragazza che lo leggeva in metropolitana, gli venne voglia di sfogliarlo.

Aprendolo a caso, lesse questa frase:

“Il destino è come il cuore: è dentro di noi fin dal primo istante, perciò è inutile cercare di cambiarlo.”

Infastidito da quel fatalismo del cazzo e dallo stile imbarazzante persino per una scolaretta, andò a leggere la quarta di copertina: “La meravigliosa storia di una ragazza somala che, giunta a Lampedusa su uno dei tanti barconi della speranza, grazie all’amicizia di Piero si ritrova pochi anni più tardi sulla spiaggia di Capalbio.”

“Sì, con le tette rifatte”, aggiunse Battista tra sé e sé con un sorriso beffardo: “Dio che cagata!”

Per la terza volta in quella giornata, gli tornò in mente una frase di Borges, che recitò a memoria così come la ricordava:

“La vita di ciascuno di noi è scritta sulla sabbia: nulla resta – almeno di norma – e ogni onda può cancellarci per sempre.

Eppure, l’uomo deve vivere come se stesse scrivendo sulla pietra.”

Ricominciò a fare zapping, amareggiato dalla deriva pop di sua moglie: una volta non era così.

Almeno lui non se ne era accorto.

La ricordava timida, educata ed elegante nel salotto del grande appartamento di Via Mascheroni.

O forse a quel tempo lui, ragazzo di origini modeste, si era lasciato impressionare dall’opulenza borghese che era stato il tratto caratteristico degli scenari su cui si era compiuta la recita terrena del compianto Avvocato Alfonso Rombolotti.

Ora Carla somigliava sempre di più a sua madre.

Invecchiando diventava più ottusa, bigotta e qualunquista: l’influenza del padre – uomo d’altri tempi, severo e conformista, ma acuto osservatore capace di riflessioni profonde – era come svanita: un lontano ricordo degli anni ottanta, come Uccelli di rovo.

Si addormentò in poltrona, guardando un inquietante documentario sull’imminente estinzione dei lemuri del Madagascar.

Aprì gli occhi sentendosi scuotere e vide il viso di sua moglie a meno di venti centimetri.

Per fortuna era presbite, ma notò ugualmente i capelli rosso menopausa e le zampe di gallina sotto gli occhi.

“Battista, vieni a letto.”

Grugnì un sì, cercò di alzarsi e ricadde sulla poltrona, perché gli si era addormentata una gamba.

Scrupoloso come sempre, aspettò che l’arto riacquistasse la sua piena funzionalità poi andò in bagno a lavarsi i denti e spazzolarsi i capelli.

“Ora devo fingere di addormentarmi di nuovo di schianto, altrimenti ricomincia a domandarmi se ho parlato con Lombardi.”

Sbagliò: appena a letto, col pigiama a righe stirato di fresco, Carla gli sussurrò col tono amorevole che riservava ai discorsi sul suo bambino:

“Alfonsino vuole farti vedere le bomboniere.”

Lui perse le staffe, come sempre quando lei usava quel diminutivo: “Per favore, puoi chiamarlo con un nome da uomo?

Sta per sposarsi e tu lo chiami ancora Alfonsino.”

Lei capì che era nervoso e non rispose.

Gli augurò buona notte e si voltò dall’altra parte, aspettando che lui spegnesse la luce.

I lemuri del Madagascar.

Un’intera isola tra le più verdi al mondo ridotta a un deserto a causa della deforestazione.

La popolazione umana che cresce, nonostante tutto.

Una tragedia annunciata, sotto gli occhi di tutti.

Eppure i turisti vanno negli alberghi sulla spiaggia e non si rendono conto che gli unici lemuri rimasti vivono chiusi nelle piccole riserve.

Come si può dormire con simili pesi sulla coscienza?

“Ciò che un uomo fa, è come se lo facessero tutti gli uomini.

Per questo non è ingiusto che una disobbedienza in un giardino contamini il genere umano; per questo non è ingiusto che la crocefissione di un solo ebreo sia sufficiente a salvarlo.”

Rivolgendo un ultimo pensiero all’amato Borges, si riaddormentò.