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Il Battista (1° capitolo)

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di Alfredo Tocchi

E’ ancora possibile salvare il pianeta senza sterminare tre quarti dell’umanità?

Ha un senso che i grandi della Terra discutano di risorse alimentari invece che di diminuzione programmata delle nascite?

Con questi interrogativi in testa, venerdì mattina Battista Sonzini si alzò per andare a lavorare.

Essere intelligenti non vuol dire intuire i problemi, ma trovarne le soluzioni.

Da uomo pratico quale era sempre stato, Battista decise di mettersi al lavoro.

Il primo passo, sarebbe stato dimostrare gli impatti devastanti e irreversibili dell’incremento demografico sulla biodiversità.

In fondo, per un ingegnere a capo dei servizi informatici di una grande banca, la dimostrazione non sembrava presentare problemi insormontabili.

Più complesso – o forse semplicissimo – dimostrare che l’unica soluzione veramente definitiva era ridurre drasticamente la popolazione umana, cosa talmente ovvia da sembrare una stupidata.

Sul vagone affollato della metropolitana, Battista ebbe la percezione dell’immensa ottusità dei suoi simili, tutti stancamente diretti verso i soliti luoghi di lavoro, a testa bassa, rassegnati all’ineluttabilità delle cose eppure convinti di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio.

Da agnostico, Battista rifletté sulla profonda contraddizione di chi si crede padrone del mondo ma non fa nulla per rendere il mondo più umano e per un istante dubitò persino che nell’uomo fosse rimasta non luce divina ma luce umana.

“L’uomo deve diventare umano e assumersi le proprie responsabilità, anche se ciò richiede di modificare radicalmente il mondo come lo conosciamo oggi.”

Così pensava, unico nel vagone, schiacciato tra corpi di docili impiegati, svogliati dirigenti, tristi liberi professionisti e invidiosi studenti.

“Sì, questa è più o meno la scala della felicità.

I più in basso s’illudono, ciecamente desiderosi di ciò che intristisce quelli più in alto.

Nessuno è davvero felice – almeno non è felice di come vada il mondo.”

Eppure, Battista non era un filosofo.

Le sue dimostrazioni non avevano lo scopo di fare luce sull’infelicità umana, ma quello di rinviare l’ineluttabile distruzione del pianeta.

“Con questo materiale umano, nulla può cambiare.”

Così pensava, amareggiato dalla certezza che materiale umano migliore non ce n’era da nessuna parte nei cinque continenti.

Anzi, a ben vedere c’era del materiale umano molto peggiore a meno di trecento chilometri dalle coste dell’Europa, pronto a imporre la barbarie con le armi.

Scendendo alla fermata di San Babila, incolonnato nel gregge immobile sulla scala mobile, Battista sorrise ripensando all’Emiro che stava per acquistare la banca: forse il destino dell’umanità è che la felicità di pochi debba costare l’infelicità di molti.

L’Emiro – che ha costruito magnifici grattacieli grazie a operai indiani pagati duecento dollari al mese – ha perseguito con cinica, machiavellica lucidità la felicità del suo popolo.

Il prezzo è lo sfruttamento degli stranieri poveri, l’inesistenza dei diritti umani, dell’uguaglianza davanti alla legge, della parità di genere.

Davanti alla maestosità delle piramidi, qualcuno ha mai versato una lacrima per gli schiavi che le costruirono?

Ma tutto questo importa qualcosa ai turisti occidentali che si godono i meravigliosi alberghi degli Emirati?

Il sogno di vivere nel paese di bengodi li contagia e in molti bussano alle frontiere per lavorare, stipendiati secondo una complessa gerarchia di razze, al fondo gli indiani, appena più su le cameriere filippine, un po’ più su i cuochi e gli arredatori italiani.

Nessuno, tornando dagli Emirati, s’immedesima nel povero operaio indiano.

Tutti si sognano sceicchi: così è l’uomo.

Poco importa che gli sceicchi finanzino i movimenti islamisti, gettando benzina sul fuoco della nuova barbarie.

Amareggiato da troppi pensieri per una sola mattina, Battista si rifugiò da Cova per godersi un espresso e una brioche: in fondo, non bisogna farsi schiacciare da problemi troppo grandi.

Il segreto di una vita felice è limitarsi a risolvere quelli più piccoli, inevitabili e lasciare tutto il resto al caso.

Nella migliore delle ipotesi, ci penserà un asteroide, un’eruzione vulcanica o una nuova glaciazione a salvare il mondo.

E se, come scrive Borges, l’umanità fosse stata creata pochi minuti fa con una memoria imperfetta?

“Il presente è indefinito, il futuro non ha realtà se non come speranza presente e il passato non ha realtà se non come ricordo presente.”

Se il futuro non è altro che speranza presente, basta sperare in un futuro magnifico per essere di nuovo ottimisti!